Resistere al cambiamento e al sincretismo fra culture, incoraggiare le tradizioni degli antenati e non smarrire mai la propria via verso un destino di grandezza già scritto: con lo spettacolare rituale per il Solstizio D'inverno, il quarto episodio di Vikings continua a giocare con lo scontro fra culture ma in modo meno marcato che in passato, quasi consapevole che prima o poi, che Ragnar sopravviva o meno, la sacralità di quella civiltà vichinga che tanto abbiamo imparato ad amare finirà per lentamente svanire e collassare sotto il peso del cristianesimo e delle brame di conquista di altri uomini.domenica 13 marzo 2016
Vikings 4x04: Yol
Resistere al cambiamento e al sincretismo fra culture, incoraggiare le tradizioni degli antenati e non smarrire mai la propria via verso un destino di grandezza già scritto: con lo spettacolare rituale per il Solstizio D'inverno, il quarto episodio di Vikings continua a giocare con lo scontro fra culture ma in modo meno marcato che in passato, quasi consapevole che prima o poi, che Ragnar sopravviva o meno, la sacralità di quella civiltà vichinga che tanto abbiamo imparato ad amare finirà per lentamente svanire e collassare sotto il peso del cristianesimo e delle brame di conquista di altri uomini.giovedì 10 marzo 2016
Poet's Corner No. 29
When weary with the long day's care,
And earthly change from pain to pain,
And lost, and ready to despair,
Thy kind voice calls me back again:
Oh, my true friend! I am not lone,
While then canst speak with such a tone!
So hopeless is the world without;
The world within I doubly prize;
Thy world, where guile, and hate, and doubt,
And cold suspicion never rise;
Where thou, and I, and Liberty,
Have undisputed sovereignty.
What matters it, that all around
Danger, and guilt, and darkness lie,
If but within our bosom's bound
We hold a bright, untroubled sky,
Warm with ten thousand mingled rays
Of suns that know no winter days?
Reason, indeed, may oft complain
For Nature's sad reality,
And tell the suffering heart how vain
Its cherished dreams must always be;
And Truth may rudely trample down
The flowers of Fancy, newly-blown:
But thou art ever there, to bring
The hovering vision back, and breathe
New glories o'er the blighted spring,
And call a lovelier Life from Death.
And whisper, with a voice divine,
Of real worlds, as bright as thine.
I trust not to thy phantom bliss,
Yet, still, in evening's quiet hour,
With never-failing thankfulness,
I welcome thee, Benignant Power;
Sure solacer of human cares,
And sweeter hope, when hope despairs!
To Imagination
Emily Brontë
martedì 8 marzo 2016
Vikings 4x03: Mercy
Pietà, pietà, pietà: un'invocazione semplice, conosciuta al cristianesimo ma difficilmente comprensibile per uomini pagani e abituati ad affermare con la forza la propria supremazia, senza lasciarsi sopraffare da sentimenti che potrebbero rallentare la capacità di un grande guerriero di dimostrare il suo valore: il terzo episodio della quarta stagione di Vikings intitolato Mercy ricollega il destino di Ragnar a quello di Re Ecbert sotto la luce di un ricordo la cui fiamma è ancora viva nella memoria di entrambi, sovrani ambiziosi e spesso crudeli ma incredibilmente affascinati dall'energia positiva della conoscenza incarnata dal personaggio di Athelstan.
mercoledì 2 marzo 2016
Brie Larson, una nuova stella per il sogno americano
La magica notte di Leonardo DiCaprio, ma anche quella di Brie Larson: avvolta in un semplice e leggiadro abito blu navy impreziosito da una cintura di preziosi e da un'acconciatura sobria ma elegante, la radiosa protagonista di Room ha ritirato il suo primo Oscar da attrice protagonista, un riconoscimento giunto alla sua sua prima nomination e sin dall'inizio dato per scontato, ma non per questo meno meritato grazie alla straordinaria performance dell'attrice nei panni della giovane madre Joy Newsone.
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domenica 28 febbraio 2016
The Revenant vs Steve Jobs: fra fiumi di parole e sovrumani silenzi, nel bel mezzo di un gelido inverno
"Qualsiasi racconto tradizionale di argomento religioso o eroico, nel quale i fatti e i personaggi, sia immaginari sia desunti dalla storia (ma soggetti in questo caso a un’amplificazione fantastica che altera il dato storico), sono in genere collegati con luoghi e tempi determinati": dritta dritta dalla Treccani, questa definizione di leggenda si mette ben volentieri a servizio del mezzo cinematografico e dei suoi snodabili strumenti per consacrare il racconto di due uomini le cui vite sono state unite sotto la corona d'alloro del mito anche se per ragioni completamente differenti; Hugh Glass, guida delle montagne il cui spirito è rimasto intrappolato fra i ghiacci di un America dimenticata da Dio e dall'umanità stessa, e Steve Jobs, stella del ventesimo secolo strappata via alla vita troppo presto per non diventare un'icona assoluta da venerare, pronto ad ispirare tanti giovani col suo stay hungry stay foolish e a tenere viva la fiamma del proprio estro con tutta l'energia e ostinazione di chi è certo di avere sempre la vittoria in tasca.
Interpretati sul grande schermo rispettivamente da Leonardo Di Caprio in The Revenant e da Michael Fassbender in Steve Jobs, i nostri due protagonisti sono talmente distanti e polari che accostarli sembrerebbe un azzardo troppo grande e insostenibile: eppure, lasciando da parte la corsa all'Oscar e il duello che vedrà probabilmente trionfare DiCaprio dopo anni di prese in giro e cocenti delusioni (nessuno degli altri candidati, Fassbender a parte, è davvero in grado di contrastarlo quest'anno nella corsa alla statuetta) è la stessa leggenda e la sua capacità di vivere attraverso il potere del racconto, orale e scritto prima, cinematografico poi, a trasfigurare le loro vite e a prestarle al grande schermo per una trasposizione che sappia rendere loro la giustizia che meritano, consegnando il proprio lascito alla clemenza della nostra memoria e alla naturale deformazione che l' immaginazione non può fare a meno di produrre.
venerdì 19 febbraio 2016
Vikings 4x01: A Good Treason
Amore coniugale, amore filiale, amore fra amici e amore fra fratelli: ogni possibile declinazione del sentimento sembra destinata a soccombere miseramente nella premiere della quarta stagione di Vikings, che col suo titolo A Good Treason guarda alle spregevoli intenzioni dei personaggi con l'indulgenza con cui ogni traditore, avendo a cuore il proprio interesse e la necessità di sacrificare tutto alla sua ultima giustizia, prova a salvare sè stesso.mercoledì 17 febbraio 2016
Poet's Corner No. 28
Dans le vieux parc solitaire et glacé
Deux formes ont tout à l'heure passé.
Leurs yeux sont morts et leurs lèvres sont molles,
Et l'on entend à peine leurs paroles.
Dans le vieux parc solitaire et glacé
Deux spectres ont évoqué le passé.
- Te souvient-il de notre extase ancienne ?
- Pourquoi voulez-vous donc qu'il m'en souvienne ?
- Ton coeur bat-il toujours à mon seul nom ?
Toujours vois-tu mon âme en rêve? - Non.
Ah ! les beaux jours de bonheur indicible
Où nous joignions nos bouches ! - C'est possible.
- Qu'il était bleu, le ciel, et grand, l'espoir !
- L'espoir a fui, vaincu, vers le ciel noir.
Tels ils marchaient dans les avoines folles,
Et la nuit seule entendit leurs paroles.
§§§
Nel vecchio parco solitario e ghiacciato
due figure poco fa sono passate.
Spenti hanno gli occhi, le labbra senza lena
e le loro parole s'odono appena.
Nel vecchio parco solitario e ghiacciato
due fantasmi hanno evocato il passato.
- Ricordi la nostra estasi d'un tempo?
- Perché mai volete che mi torni in mente?
- Ti batte ancora il cuore al solo mio nome?
Vedi ancora in sogno la mia anima? - No.
Ah! i bei giorni di felicità indicibile
che univamo le nostre bocche! - È possibile.
- Che cielo azzurro, che speranza infinita!
- Sconfitta, verso il cielo nero è fuggita.
Così andavano per le avene incolte,
le loro parole udì solo la notte.
Paul Verlaine
Colloque sentimental
mercoledì 10 febbraio 2016
Il tramonto di Re Ragnar? Arriva la quarta stagione di Vikings
Agricoltore visionario, Conte spietato, sovrano ambizioso ma pur sempre uomo, reso fragile dal dolore e dalla sofferenza tanto quanto dal desiderio di vendetta e dal bisogno d'amore: il fascino della figura di Ragnar Lothbrok è sempre stato parte integrante del successo di Vikings, la serie di History Channel che ha saputo dare nuovo lustro al genere del dramma storico e che ora si prepara a varcare i cancelli della sua quarta stagione con ben 20 episodi, un azzardo che potrebbe definitivamente consacrarne il successo o segnarne l'inizio della fine.
Difficile comprendere il motivo di questa scelta, ma pur non dubitando che l'arco narrativo offerto dalla penna di Michael Hirst sarà succoso e affascinante come al solito, la paura più grande per gli spettatori più fedeli è che il momento dell'addio a Re Ragnar, già ferito fisicamente e psicologicamente nella scorsa stagione, si stia avvicinando per lasciare posto alla nuova generazione e riavviare la quinta stagione con personaggi e storie del tutto nuove.venerdì 15 gennaio 2016
Always Alan, after all this time.
Alan Rickman non c'è più. L'annuncio passa per caso, silenzioso e agghiacciante mentre stavamo tutti pronti ad aspettare le nomination all'Oscar e a fare previsioni, lanciando invettive contro il mocio di Jennifer Lawrence e incrociando le dita per Leonardo DiCaprio.
Solo il gioco della stagione dei premi, la gara a vedere un film dietro l'altro per stare al passo e sbagliare pronostici: tutto andato di traverso, irrimediabilmente e a ragione, perchè la morte di Alan Rickman è di quelle che fanno male, malissimo. A pochissimi giorni di distanza da David Bowie perdiamo un altro grande nome di quelli che hanno fatto storia, anche se per i media la percezione dell'evento è inevitabilmente (lo so che Bowie era Bowie) più pacata e contenuta. Anch'io ho la mia personalissima hit di canzoni favorite del Duca Bianco, ma non posso negare di non essere mai stata la sua fan numero uno e di avere sentito invece un gran brutto vuoto dentro, un buco di silenzio reso ancora più profondo dalla casa immobile e temporaneamente deserta, dopo aver appurato che la scomparsa di Alan non era solo una bufala; perchè anche se quando l'avventura di Harry Potter è iniziata avevo già 14 anni anch'io sono cresciuta con lui e con la sua generazione, a sognare scale che amassero cambiare e passaggi segreti al corridoio del terzo piano, ad aspettare la lettera per Hogwarts per poi muovermi fra i suoi corridoi come se fosse casa mia, impaurita e affascinata dalla personalità di quel Professor Piton che sembrava tanto nero e oscuro, con le sue occhiate fulminanti e un'inclinazione al disprezzo e alla vendetta privata degna del ringhio del mio Professore di Greco e latino nelle sue giornate peggiori: quanti insulti dopo la lettura del Principe Mezzosangue e quante richieste di Perdono dopo i doni della Morte per il personaggio più bello e sorprendente nell'universo creato dall'ingorda J.K. Rowling, un'imperturbabile maschera di tunica e capelli corvini che Rickman ha saputo raccontare sul grande schermo con tutta la grandezza, l'eleganza e la tragicità che l'hanno sempre contraddistinto.
Una nota di malinconia, sempre presente in quegli occhi sottili che sembravano prestarsi così bene a ruoli negativi e ambigui ma che sapevano sposarsi con altrettanta decisione a sorrisi rari e preziosissimi: villain di notte ed eroe romantico di giorno, con quel colonnello Brandon che illuminava di sole la versione di Ragione e sentimento diretta da Ang Lee, il mio primo vero contatto con Jane Austen anche se all'epoca non mi rendevo conto di quanto potesse essere preziosa una cassetta in lingua originale da guardare obbligatoriamente a scuola durante l'ora di inglese.
Di tutti i personaggi memorabili da lui interpretati, passando dal perverso Giudice Turpin di Sweeney Todd all'Alexander Dane di Galaxy Quest fino al marito malato e coscientemente tradito del raffinato Una Promessa di Patrice Leconte, lo Sceriffo di Nottingham di Robin Hood: Principe dei Ladri è quello a cui voglio bene più di tutti: ci guardavamo la cassetta in continuazione, io e la mia amichetta delle elementari, finendola e rimettendola da capo nella sua minutissima stanza da letto prontamente fornita di videoregistratore, coprendoci gli occhi nelle scene dove la Strega di Geraldine Chaplin arpionava con unghie affilate schifezze di ogni genere per fare le sue predizioni, ma sempre determinate a correre il rischio ad ogni singola visione come se fosse il massimo della trasgressione audiovisiva (che ne sanno i pischelli di oggi di cosa voleva dire avere 8 anni negli anni 90'?). Divertente, completamente pazzo e allucinato, pronto a strappare elegantemente il cuore al suo nemico con un cucchiaio perchè con un pugnale sarebbe stato tedioso, come avrei scoperto anni dopo lo Sceriffo era soprattutto frutto dell'estro di Alan Rickman: tanto c'avevamo Luca Ward, e chissenefregava allora dell'accento americano di Kevin Costner.
Se ne è andato così un altro pezzo della mia infanzia, un altro attore entrato a far parte di me senza chiedere niente in cambio ma dandomi tutto ciò che poteva, per il tempo di un lungometraggio andato a incastrarsi felicemente in un passato che ogni giorno si fa ancora più remoto, spinto da quella meravigliosa e maledetta clessidra del tempo che gioca con la nostra esistenza senza controllo né preavviso, ma che si tiene insieme con forza grazie ai ricordi più o meno memorabili che hanno lastricato il sentiero fino ad oggi; un'altra memoria da custodire, triste come quando guardandoti allo specchio a 12 anni sei scoppiata a piangere perchè hai realizzato improvvisamente che non saresti vissuta in eterno, e felice come quando hai capito che ogni singolo fotogramma della storia vale e varrà sempre la pena: per sempre, Alan, dopo tutto questo tempo.
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