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sabato 6 gennaio 2018

Wonder Wheel


"When it comes to love we all turn out to be our own worst enemy."

La vita è una tragicommedia dal finale irrisolto in cui siamo attori e spettatori, prigionieri di ruoli troppo ben interpretati e unici veri responsabili della nostra infelicità e caduta: Dio, le Parche e il Fato potranno anche metterci lo zampino e fare rimbalzare gli anelli sulla balaustra giusta al momento giusto, ma la macchina non si metterebbe mai in moto se ogni nostra azione non avesse una conseguenza e ogni sincera volontà di cambiare non fosse sciacquata via con grande facilità, vinta da una marea di nevrosi e tormenti nella quale forse non sguazziamo poi così male.

Nonostante l'età avanzata e una produttività inarrestabile quanto pericolosa per la qualità stessa del lavoro (un film all'anno sarebbe uno standard difficile da mantenere per qualunque regista più fresco) Woody Allen sa bene quale storia vuole raccontare e come raccontarla, trovando ancora una volta un modo stimolante di rappresentare il dramma in più atti che l'umanità non smette di recitare dalla notte dei tempi e che con l'età sembra occupare con sempre maggiore insistenza i suoi pensieri: assecondando il monito del protagonista del suo precedente Cafè Society che con un sorriso di rassegnazione si riferiva alla vita come a una commedia scritta da un sadico autore, a dare cuore e anima a Wonder Wheel( in Italia, La Ruota delle Meraviglie) è il teatro coi suoi trucchi e meccanismi più amati e familiari, sotto le luci del palcoscenico vintage di giostre sgangherate e vestiti sgargianti della Coney Island degli anni 50', per mettere in scena il fallimento di una donna che per nevrosi e mal di testa non può che rivaleggiare coi personaggi alleniani migliori.

giovedì 13 ottobre 2016

Cafè Society


"Dreams are … dreams."

"Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita". Prospero chiude La Tempesta di William Shakespeare lasciandoci una malinconica verità che nessun essere umano sarebbe in grado di smentire: la mortalità è un sogno ad occhi aperti che stordisce e incanta, la promessa di una rosa infinita di alternative, possibilità ed incontri in cui la gioventù si tuffa a capofitto ansiosa di assaporare l'ebbrezza di un quotidiano incerto e di un futuro ancora tutto da scoprire, la stessa che ti lascia credere di poter avere il mondo nel palmo di una mano e che le limitazioni e le responsabilità siano pagliuzze fastidiose destinate a ostacolare la visuale di qualcun altro. 
A rallentare la giostra arrivano le scelte e il loro urgente e assoluto bisogno di certezze, il definirsi del quadro che costringe a lasciare indietro ciò che non può entrare nella cornice senza compromettere per sempre l'equilibrio della composizione, la lista di tutte le opportunità abbandonate o perdute che si trasforma prima in rimorso e in fine in nostalgia, per tenere a bada il tormento dei fantasmi delle vite che abbiamo dovuto scegliere di non vivere.

Che dilemma, quest'umanità condannata per sua stessa natura a non poter godere della felicità completa e a dover portare sempre con sé il fardello delle proprie decisioni, di quelli che a farci un film con la giusta quantità di gravitas e drama ne verrebbe fuori un prodotto da Oscar multipli e giù di lacrimoni: coerente coi lietmotiv che attraversano alcuni dei suoi lavori più riusciti (e più amati da chi scrive) Woody Allen preferisce però infondere nel suo ultimo Cafè Society tutta l'amara ironia, la nevrosi e la delicata tenerezza con cui i suoi personaggi, novecenteschi fino al midollo, finiscono spesso per accompagnarsi: protagonisti della storia di un amore e di un mondo che è già un ricordo nelle sfumature ocra della fotografia di Vittorio Storaro, Bobby e Vonnie si incontrano e si innamorano nel posto sbagliato al momento sbagliato e finiscono invischiati nella più classica rete di complicazioni ed equivoci che governa la Commedia della vita, diretta da quel sadico autore anonimo che si diverte a giocare coi nostri sentimenti e a burlarsi delle nostre speranze con un pessimo tempismo; tocca rimboccarsi le maniche ed essere forti, provarci e riprovarci confidando che un giorno finalmente ci azzeccheremo, chiudere gli occhi per un attimo e ritrovare i colori caldi di un semplice ristorante messicano o di un piatto di spaghetti con le polpette, le cartoline di un passato rimasto incompiuto che con mite rassegnazione torniamo a osservare per riempire i vuoti di una vita che non potrà mai bastare a sé stessa.
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