“They felt a strange happiness, an urgent need to reveal their hearts to each other- the urgency of lovers, which is already a gift, the very first one, the gift of the soul before the body surrenders. 'Know me, look at me. This is who I am. This is how I have lived, this is what I have loved. And you? What about you, my darling?”
Suite Francese, Irene Nemirovsky





Per Saul Dibb, spinto sotto i riflettori dal buono ma non eccellente The Duchess con Keira Knightley, la sfida di confezionare un buon adattamento è stata resa doppiamente difficile dal peso di una responsabilità implacabile: onorare il valore e il candido coraggio del materiale di partenza, ma anche rimaneggiare, limare e aggiungere quando necessario per contenere il senso di incompiutezza che a cui Tempesta di Giugno e Dolce, appena 2 movimenti della monumentale opera in 5 romanzi che Suite Francaise avrebbe dovuto essere, non possono sfuggire; focalizzandosi unicamente su un secondo volume più cinematograficamente versatile per temi e contenuti per riservare all'esodo dei Parigini verso le campagne (presente in Tempesta di Giugno) il giusto spazio nelle prime scene della pellicola, il regista britannico onora l'impegno con un lavoro attento, spietato e duro all'occorrenza e determinato a non cedere al melodramma più sfacciato neppure un centimetro di terreno.
Immaginare la maggiore versatilità di una firma come quella di Joe Wright ( Pride and Prejudice, Atonement) o Cary Fukunaga (Jane Eyre) dietro all'adattamento dell'opera è quasi scontato, ma Saul Dibb riesce a conquistarsi la nostra fiducia lavorando con tocco personale per scrutare le emozioni dei protagonisti di primo piano in primo piano, seguendoli in punta di piedi su pavimenti scricchiolanti per accarezzarne occhiate fugaci e mani che appena provano a sfiorarsi, fino all'abbandono dei baci affamati di un bisogno d'intesa e comprensione che affida al tocco dei sensi, e alla musica come sua espressione più elevata(peccato che il tema di Bruno scritto da Alexandre Desplat sia così breve), il compito di domandare ciò che le parole non avrebbero mai osato chiedere; l'altra faccia della medaglia è un senso di angoscia crescente che gioca al meglio le sue carte a partire dai primi bombardamenti tedeschi fino all'arrivo delle truppe nemiche per le strade, annunciato dal conquistatore con la pomposa teatralità di un passo di marcia costante e insistente, per poi esplodere nel panico quando le malelingue dei paesani gretti scatenano nelle mani degli occupanti un'asfissiante caccia alle streghe.
Non la più grande storia d'amore mai raccontata come recita orgogliosamente il poster di lancio del film ma una storia d'amore come molte altre, taciute e mai rivelate, in uno dei periodi più bui della nostra storia e a quel periodo indissolubilmente legata, da una contemporaneità unica nel suo genere: se le delicate performance di Michelle Williams e Matthias Schoenaerts non fossero abbastanza, bastano le sequenze finali dedicate al manoscritto originale della Nemirovsky a farci capitolare ripensando a ogni sguardo rubato e battito di cuore, ma anche alle meschinità esasperate di un'umanità sfiancata da una Guerra che sembrava impossibile vincere: eccoli lì, i due movimenti di Suite Francese, pronti a completarsi e sostenersi a vicenda, nel segno di quella dolce malinconia che tutte le opere incompiute hanno la fortuna e la sfortuna di possedere.
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