"My name is Barnabas Collins. Two centuries ago, I made Collinwood my home... until a jealous witch cursed me, condemning me to the shadows, for all time."
Metter d'accordo grande e piccolo schermo non è cosa facile: un prodotto che nasce per la serialità ha la possibilità di sfruttare tutto il tempo che gli occorre per introdurre i personaggi, azionare gli ingranaggi della storia e collezionare sorrisi, tragedie, colpi di scena fino ad entrare nel cuore degli spettatori; se il passaggio del prodotto al registro cinematografico pretende la già faticosa impresa di sintetizzare e rielaborare quanto raggiunto nel giusto numero di puntate, adattare una soap opera destinata per natura ad allargare il cerchio degli eventi all'infinito può avere effetti devastanti.
Molti speravano che Dark Shadows, omaggio per l'appunto a una soap di 1665 puntate creata da Dan Curtis e piccolo cult negli anni 70' fosse una buona opportunità di redenzione per Tim Burton, regista visionario che sembrava essersi smarrito dopo il deludentissimo Alice in Wonderland: peccato però che inghiottita dalla difficoltà dell'adattamento anche la sua ultima fatica si sia rivelata un'opera confusa, prolissa e facilmente dimenticabile.


