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domenica 27 dicembre 2015

Bridge of Spies



"We have to have the conversations our governments can't."

Diffidenti, spaventati, bloccati in un mondo che alza barriere per proteggersi e respinge a calci chi prova a cercare la salvezza scavalcandole, gli occhi pieni delle immagini di guerra che potrebbero bussare da un momento all'altro alla nostra porta e dell'impotenza di non potere fare nulla per scongiurare l'inevitabile: il legame crudele che congiunge il nostro presente alla Guerra Fredda attraversa il Ponte delle Spie (Bridge of Spies) di Steven Spielberg e punta il dito contro la giostra della storia, decisa a continuare implacabile il suo giro solo per ripetere sé stessa e non imparare mai del tutto la lezione.

lunedì 30 settembre 2013

Expo 58




"Qui, nei prossimi sei mesi, sarebbero state riunite tutte le nazioni i cui complessi rapporti, i cui conflitti e alleanze, le cui dense, intricate storie avevano forgiato e avrebbero continuato a forgiare il destino dell’umanità. E al centro di tutto ciò, c’era questa fulgida pazzia: un gigantesco reticolo di sfere, interconnesse, imperiture, ciascuna emblematica di quella minuscola unità che l’uomo aveva imparato a dividere solo recentemente, con conseguenze a un tempo allarmanti e meravigliose: l’atomo. La sola vista gli faceva battere forte il cuore."

è un'alba gelida e incerta, ma egualmente piena di speranze e ottimismo, quella che risveglia l'Europa dal suo torpore all'indomani della Seconda Guerra Mondiale: voglia di ricostruire e di ritrovarsi, rinsaldare un'identità provata dalla consapevolezza che le ferite aperte dal conflitto sono tutt'altro che guarite e che la Guerra Fredda sta già lavorando senza sosta, rannicchiata silenziosamente nell'ombra, creando nuovi inconciliabili schieramenti; ancora lontana anni luce dalle frizzanti e rivoluzionarie atmosfere della Swinging London, l'Inghilterra del 1958 cerca protezione sotto una campana di vetro e aspetta, mentre ogni giorno si ripete uguale a sé stesso in una rassicurante quanto grigia monotonia, guardando al continente come a un faro di opportunità dove tutto può è ancora possibile.

è una realtà in divenire e piena di contraddizioni quella che Jonathan Coe ha scelto come cornice per Expo 58, suo ultimo attesissimo lavoro che usa la maschera della spy thriller per raccontare una storia di nostalgia e di rimpianti, interamente sostenuta sulle spalle della sua suggestiva ambientazione.

sabato 21 gennaio 2012

Tinker, Tailor, Soldier, Spy



"We are not so very different, you and I. We've both spent our lives looking for the weaknesses in one another." (George Smiley to Karla)

Lo stereotipo dell'agente segreto ideale è scolpito con tale forza nel nostro immaginario che chiunque, anche il più profano degli spettatori, sarebbe in grado di descriverlo: di bell'aspetto e desiderate dalle donne come James Bond, in grado di scalare vette impossibili o di sfuggire a pericolosi inseguimenti come i più recenti Ethan Hunt e Jason Bourne, le spie cinematografiche hanno finito per preferire il glamour all'intrigo, parti di un gioco che ha fatto della spettacolarità e del disimpegno quasi un marchio di fabbrica.

Lo sa bene il re della Spy Story John Le Carrè, all'anagrafe David John Moore Cornwell, che ispirato dalla sua vera esperienza nell'MI6(il Secret Intelligent Service) ha scritto storie meno alla moda di quelle del collega Ian Fleming, ma senza dubbio dotate di un fascino e di una classe non comuni.

Forti di uno stile inconfondibile, intrecci ambiziosi e assoluto equilibrio, a dispetto di una minore appetibilità di massa i romanzi dello scrittore inglese sono comunque riusciti a conquistare il  grande schermo: dopo "la spia che venne dal freddo", "la Casa Russia", "il Sarto di Panama" e "il Giardiniere Tenace", adesso è la volta di "Tinker, Tailor, Soldier, Spy", una delle sue opere più famose e attese, che era già stata trasposta nel 1979 in una serie televisiva di successo con Alex Guinness.
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