"Dato che l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e i luoghi di questa mia vita sono ancora infantili, io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo, dov’io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva, ed è passato né tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme colla fanciullezza è finito il mondo e la vita per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita."
La prima foto ufficiale de Il giovane favoloso, seconda fatica ottocentesca di Mario Martone dopo il tostissimo Noi Credevamo nonché prima pellicola interamente dedicata alla figura di Giacomo Leopardi, parla da sola: una sola immagine per raccontare la storia di un ragazzo, il capo dolcemente adagiato sulle carte che ama e odia con tutto sé stesso, la penna stretta ben salda nel pugno della mano, un sottile raggio di luce dentro uno sguardo già perso nell'altrove, là dove nessuna cattività domestica e fisica potrà mai raggiungerlo e imprigionarlo.
Questo è il Leopardi che Martone ha scelto di portare sul grande schermo, strappandolo al tedio delle parafrasi scolastiche e al rischio di una mera didattica divulgazione: un caleidoscopio di emozioni contrastanti, frutto dell'eccezionalità di una creatura straordinaria e della pura passione di un adolescente per un mondo ancora sconosciuto, tenuto lontano da una saluta precaria e dai blindati privilegi di una vita già scritta in nome di un'ubbidiente e castrante prudenza.


