Nell'era che vede i libri per ragazzi più popolari e redditizi del momento arrivare sul grande schermo solo sotto forma di costosissimi Franchise, l'idea un tempo sperimentale di dividere un racconto in due diversi lungometraggi è diventata una carta troppo preziosa per non essere giocata con costanza: perché accontentarsi di una narrazione sfilacciata ed epurata di ogni suo momento di contorno per rientrare in un minutaggio ristretto quando è possibile dare ampio respiro alla storia riproducendo tutte le tappe che sembravano già imprescindibili su carta? Un investimento di tempo e denaro che sin da Harry Potter and The Deathly Hallows ha dato i suoi frutti, spingendo il pubblico ad affrontare pazientemente film di transizione dalla contenuta energia con la consapevolezza che l'azione, quella vera, verrà finalmente liberata nel secondo e attesissimo capitolo.
Mentre il cinema continua ad assecondare un meccanismo in grado di proiettarlo con sempre maggiore decisione nel mondo della serialità, il piccolo schermo ha accettato la sfida sottoponendo Game of Thrones, illustrissimo figlio della HBO, allo stesso tipo di trattamento: la posta in gioco, dinanzi a un esercito di spettatori messi alla prova da una narrazione a volte eccessivamente stiracchiata e ben lontana dagli argini di un'opera cinematografica era davvero molto alta, ma soltanto una serie la cui ricchezza resta al momento unica per numero di personaggi, storyline e varietà di location poteva sperare di riuscire a vincere la scommessa e andare oltre ogni aspettativa; dividere il terzo libro della saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco in due serie differenti ha richiesto una terza stagione preparatoria e spesso anticlimatica, ma inevitabilmente necessaria in vista di una quarto capitolo travolgente come pochi altri.












