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martedì 3 gennaio 2017

Sherlock 4x01: The Six Thatchers


Dopo due anni di iato e di hype alle stelle (l'apporto dato dallo speciale natalizio alla progressione della trama orizzontale non è stato irrilevante ma comunque minimale), Sherlock è finalmente tornato in onda sulla BBC e di riflesso, appena 24 ore dopo la messa in onda, reso disponibile con tempismo ammirevole sull'ormai amatissima piattaforma di Netflix: Martin Freeman e Benedict Cumberbatch hanno visto volare alto le loro carriere, la febbre scatenata dalla serie di Steven Moffat e Mark Gatiss è passata da tempo lasciando il posto a nuove e più fresche mode televisive, ma il nostro amore nei confronti del grande Detective e dell'adattamento contemporaneo e pur leale verso il Canone delle sue storie non è mai venuto meno; scritto da Mark Gatiss, incaricato ancora una volta di risvegliare i personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle dal loro lungo sonno, The Six Thatchers si ancora saldamente allo spunto letterario dell'avventura dei Sei Napoleoni intrecciandola a un plot originale e necessario (era difficile immaginare che gli eventi di A.G.R.A. rimanessero silenti ancora a lungo), cucito il più possibile addosso a quei personaggi che non potevano e non dovevano restare gli stessi individui conosciuti all'epoca di a Study in Pink.

mercoledì 10 agosto 2016

Da qualche parte nel mondo



«Facciamo tutti così. Prendiamo desiderio, lussuria, solitudine, attrazione, ossessione, paura, rancore, mancanze e le impacchettiamo tutte insieme, mescolate, mascherate, e ci mettiamo sopra una bella etichetta: AMORE» scandisce le lettere, «ma poi l’amore è un’altra cosa.»

Fino a che punto è giusto farsi influenzare dalla propria simpatia per un personaggio? Leggere un libro è un viaggio che difficilmente si rivela indolore, pronto a trascinarti nel gorgo di un'avventura ignota e a farla tua, per quanto il carattere dell'eroe o dell'eroina di turno possa essere lontano dalla tua visione del mondo e da ciò che per te conta davvero qualcosa; eppure ci sono delle volte in cui non ce la fai e finisci per arrenderti all'evidenza, il personaggio ha un carattere che non riesci a comprendere e si incaponisce nel fare delle scelte che non puoi accettare nemmeno con tutte le attenuanti del caso, tessendo il filo della sua storia egoisticamente incurante del fatto che tu possa o no fermarti un attimo a tifare per lui.

Prima opera di finzione di Chiara Cecilia Santamaria, autrice del famoso blog Ma che Davvero e del libro autobiografico Quello che le Mamme non dicono che dallo stesso blog ha tratto fonte e ispirazione, Da Qualche parte nel mondo ha finito suo malgrado per farmi provare questa indesiderata e scomoda sensazione: pur avendone amato la prosa ricca e la scrittura intensa e profondamente sentita, la storia di Lara non è riuscita a conquistarmi come avevo sperato a causa di una protagonista perennemente concentrata su sè stessa, a ragione di un passato infelice e agitato ma anche di un' indole egoista e respingente forte di un talento innato e mai bisognoso di studio o applicazione alcuna, amato compreso e riverito da tutti alla prima occhiata e adeguatamente indirizzato dalla spinta del personaggio maschile bello e maledetto di turno.

domenica 3 gennaio 2016

Sherlock Christmas Special: The Abominable Bride



"We all have a past, Watson. Ghosts. They're the shadows that define our every sunny day."

"Il mio nome è Sherlock Holmes è l'indirizzo è 221B, Baker Street": l'iconica frase che ha segnato l'inizio del sodalizio immortale fra Sherlock Holmes e  JohnWatson e che abbiamo imparato ad associare con così tanta facilità ai moderni corridoi del Barts Hospital ritrova il suo naturale setting vittoriano grazie allo speciale natalizio di Sherlock, la celeberrima serie BBC creata da Steven Moffat e Mark Gatiss.

Ambientato nella Londra del 1895, The Abominable Bride apre le danze con una sigla old fashion per rivestire tutti i personaggi (dai protagonisti letterari a quelli divenuti canon nella serie) della rigida moda di fine diciannovesimo secolo: armato di pipa e deerstalker ma privo degli arruffati ricci del suo gemello contemporaneo, Sherlock ha la flemma e la compostezza di un novello Jeremy Brett (storico Holmes televisivo) mentre il fedele John racconta le avventure vissute con l'amico sullo Strand (dove venivano pubblicati i racconti di Sir Arthur Conan Doyle in persona) completo di baffi ed bombetta, condividendo con Holmes quella parte di cuore che il Grande Detective sembrerebbe voler dimenticare; persino lo Speedy Cafe, divenuto meta di pellegrinaggio in questi anni per ogni vero Sherlock fan che si ritrovi a passare per la capitale britannica, fa la sua comparsa nelle vesti di una tradizionalissima sala da tè.

lunedì 22 settembre 2014

Original Soundtrack: dall'ost al film e ritorno


Qual è la prima cosa che fate subito dopo aver visto un bel film? Discuterne coi compagni di visione è importante, prendere appunti nel caso ci fosse l'opportunità di scrivere una recensione è fondamentale, condividere un breve giudizio sui social network è ormai una prassi tanto sana (?) quanto imprescindibile,  ma per la sottoscritta c'è un'unica sana vecchia abitudine senza la quale l'esperienza cinematografica non potrebbe mai dirsi davvero conclusa: recuperare e ascoltare la colonna sonora del film, passare giorni e giorni immersa nell'atmosfera di una canzone o di un tema e prolungare il più possibile l'esperienza di visione è uno dei piccoli piaceri della vita a cui non potrei mai rinunciare.

Si dice che non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina, ma scegliere un film partendo dalla sua colonna sonora è interessante: inciampi per caso in un titolo mai sentito, lasci che sia l'orchestra a fare la miglior promozione possibile e ti convinci che quel film lì, pur con la sua chilometrica lista di riserve, merita comunque un tentativo.

Spesso e volentieri tutto finisce bene, altre volte tu e la musica decidete di restare amici a patto che il suo film non osi mostrare mai più la sua faccia in pubblico: sperando, tempo permettendo, di poter trasformare questo spazio in una rubrica classificosa di quelle che piacciono tanto a noi e all'internet, ecco quindi alcuni recenti casi di febbre da colonna sonora che ho avuto la fortuna (o la sfortuna) di incrociare negli ultimi mesi:

The Grand Budapest Hotel


Wes Anderson (confondetelo con Paul Thomas AndersonPaul W.S. Anderson e vi beccherete un tacco 12 in piena faccia) è considerato dai più un'istituzione, ma pur apprezzandolo molto non ho mai sentito un attaccamento profondo per la sua filmografia, soprattutto dopo la parziale delusione per l'osannatissimo Moonrise Kingdom: in un cinema di geometrie popolato da personaggi dai tratti meccanici e caricati lo spettacolo è allestito con ricchezza di dettagli e assoluta devozione, ma non abbastanza da fare scattare nella sottoscritta quella scintilla che rende il nome del regista garanzia di autentica meraviglia.

A trascinarmi nella visione di The Grand Budapest Hotel è stata invece, e direi per fortuna, la colonna sonora di Alexandre Desplat: pur puntando su schemi piuttosto fedeli alla migliore tradizione del compositore francese, la partitura per l'ultimo film di Anderson intreccia pezzi classici a una tela di yodel, balalaike e marcette che rende al meglio l'atmosfera scoppiettante e pittoresca della sua opera.

Con i loro rosa e verdi i saloni del Grand Budapest raccontano il garbo di una Mitteleuropa vivace e ormai perduta, divertendosi in un delizioso gioco di incastri guidato da un istrionico Ralph Fiennes ( erano anni che non si vedeva al suo meglio) e venato da una dolce e finissima malinconia: un cuore delicato, custodito da Saoirse Ronan nella perfezione di un pasticcino, che mi ha fatto innamorare del film all'istante.


Bel Ami



Fine specialista del Period Drama ( il Premio Oscar per la colonna sonora di Emma è stato suo nel 1996), Per il Bel Ami con Robert Pattinson Rachel Portman ha scritto un tema energico e rabbioso le cui repentine scale sembrano accordarsi perfettamente all'orgoglio e alla vanità di George Duroy: peccato che questa sia una delle poche cose da salvare in un lungometraggio sbiadito e poco ispirato che spegne gran parte del suo entusiasmo grazie alla mancanza di carisma nel suo protagonista.

L'ultima volta che ho azzardato una critica al talento artistico del giovane Robert mi sono beccata una caterva di insulti e l'accusa di avere col ragazzo un vero e proprio problema personale: credetemi, non c'è nessuna questione in sospeso fra me e Mr Pattinson, si vede che si sforza tantissimo e ce la mette tutta, ma accanto a una Kristin Scott Thomas stiracchiata e al botox di Uma Thurman la sua interpretazione viene insabbiata senza darci modo di comprendere come mai tutte le donne di Parigi finiscano per cadere rapidamente nella sua rete.

Non deve aver aiutato la regia a quattro mani dei registi teatrali Declan Donnellan e Nick Ormeron, piuttosto indecisi sul taglio da dare alla storia e poco a loro agio in una Parigi resa anonima dall'impossibilità di girare in location.
Rachel, il tuo lavoro è splendido come sempre, ma illudere il prossimo in questo modo sul film anche NO eh.


Like Crazy


Poche note che si cercano e si inseguono, saltellando malinconicamente sulla tastiera del piano e riuscendo a malapena a sfiorarsi: è stata la danza ipnotica di We Move Lightly, firmata dall'americano Dustin O' Halloran insieme all'intera colonna sonora, a portarmi verso Like Crazy.

Diretto da tale Drake Doremus, Like Crazy è il classico esempio di film Indie da Sundance Film Festival ( non per niente ha vinto il Gran Premio della Giuria all'edizione del 2011) realizzato a basso costo e costruito su un semplice intreccio sentimentale: i protagonisti sono l'americano Jacob e l'inglese Anna, interpretati da un finalmente adulto Anton Yelchin e da una bravissima ma all'epoca sconosciuta Felicity Jones, il cui amore viene messo a dura prova da una distanza divenuta improvvisamente inconciliabile a causa di una serie di decisioni ingenue, impulsive e sbagliate.

Uno sguardo onesto sulle difficoltà, esasperate dalla lontananza, che accompagnano i rapporti di coppia e inquietano anche le anime più affini, reso fresco e significativo dalle naturali interpretazioni degli attori( in un ruolo secondario c'è anche l'amata/odiata Jennifer Lawrence), i colori caldi dei tramonti sulla spiaggia e le limpide musiche di O' Halloran:  il finale sospeso e incerto in stile "Il Laureato" avrà fatto arrabbiare molti, ma per me è un tocco di classe.


Wonderland


La più grande scoperta cinematografica della mia estate 2014: maestro del minimalismo musicale, Michael Nyman è universalmente conosciuto e ricordato per la passionale e romantica colonna sonora del Lezioni di Piano di Jane Campion, ma in tempi non sospetti (per l'esattezza nel 1999) il suo nome è comparso sull'ost di un piccolo film di cui probabilmente quasi nessuno ricorda l'esistenza e che qui abbiamo scoperto per caso proprio navigando in una playlist a lui dedicata: diretto da Michael Winterbottom e presentato in concorso al Festival di Cannes, Wonderland segue i suoi personaggi nella meravigliosa e sempre splendida Londra offrendoci però un ritratto ben diverso da quello che potremmo trovare in una commedia di Richard Curtis; immensa, caotica e piena di contrasti la Capitale inghiotte e frammenta le vite dei suoi abitanti, abbandonandoli sul sentiero di un Paese delle Meraviglie che come nella nota opera di Lewis Carroll nasconde in realtà più pericoli che delizie.
Moltissima camera a mano e un approccio documentaristico rendono l'indagine di Winterbottom, portata a termine coi mezzi limitati di una produzione indipendente, ancora più affascinante: in sintonia col battito della pellicola, l'Ost di Nyman indulge e si infuria rivelando il disorientamento e la crisi dei personaggi e amplificandone la rassegnata disperazione, il timido bisogno di speranza e la catarsi del perdono.

Entro la notte del Guy Fawkes Day ( il 5 novembre) la storia delle 3 sorelle Debbie, Molly e Nadia si intreccia a quella di numerosi altri personaggi in un film collettivo che asseconda timidamente la moda del genere scatenatasi dopo il Magnolia di Paul Thomas Anderson: oltre a Gina McKee ( vista in The Borgias e recentemente a teatro con Richard III) a lasciare il segno è soprattutto John Simm( Doctor Who, The Village), nei panni di un giovane marito schiacciato da un lavoro monotono e terrorizzato da un'imminente paternità.



La Belle et La bête



Nell'era in cui le streghe cattive diventano le migliori amiche delle loro vittime principesse e i principi azzurri si rivelano i veri villain della storia, abbiamo ancora bisogno di fiabe raccontate in modo tradizionale e senza troppi colpi di scena? Probabilmente si, a patto di sedersi sulla poltrona in completo relax per lasciarsi risucchiare dentro un libro illustrato come quelli che da piccoli sfogliavano avidamente, proprio perché attirati dai colori delle immagini nascoste fra le pagine: diretta da Christophe Gans, l'ultima versione live action de La Bella e La Bestia vanta un colonna sonora non particolarmente ricca d'inventiva ( composta da Pierre Adenot), ma il suo carillon è romantico quanto basta per persuadere chi ascolta della bontà dell'operazione e convincerlo a procedere con la visione.

In una foresta incantata riprodotta con abbondante uso di CGI, le rovine di un castello e le rose che si intrecciano alle sue mura fanno da cornice ad un canovaccio che rinuncia ad ogni moderna implicazione o sottotesto, facendosi bastare una storia semplice e visivamente stuzzicante: con due protagonisti bellissimi come Lea Seydoux e Vincent Cassel ( ok, tecnicamente non bellissimo, ma estremamente attraente si), costumi appariscenti e dai colori brillanti che farebbero invidia a qualunque principessa e rallenty posizionati ad arte si ha spesso la sensazione di stare guardando un lungo spot natalizio di Dior o Chanel, ma essendo La Bele et La bête un film dall'estetica e dal sapore estremamente francese direi che l'effetto fa comunque la sua parte senza disturbare troppo: chi ama i film che ti fanno brillare gli occhi grazie alle luci della messa in scena e all'amore che trionfa spezzando maledizioni e incantesimi sarà felice e contento, mentre tutti gli altri potranno tranquillamente optare per qualcos'altro e risparmiarsi penose sofferenze.


mercoledì 3 settembre 2014

My Summer of No Discontent: Richard III, Trafalgar Studios

My Kingdom for a Ticket
Il 22 agosto 1485 la battaglia di Bosworth Field segnava la fine della Guerra delle due Rose e l'inizio della dinastia Tudor: la vittoria ha comprato la pace consegnando l'ultimo sovrano degli York Riccardo III alla memoria di un ritratto infedele e artefatto, ingiustamente eppur magnificamente pennellato da Shakespeare come il prototipo di una malvagità mascherata, machiavellica e codarda all'occorrenza.

Biasimare il Bardo per l'increscioso equivoco non sarebbe corretto: la leggenda dell'indole e della fisicità mostruose di Riccardo (beffato fino alla fine da un'indecorosa sepoltura sotto un parcheggio a Leicester) erano già parte del folclore molto prima che Shakespeare nascesse e la cara Regina Elisabetta I, diretta discendente dell'ultimo Erede dei Lancaster, non avrebbe potuto godere di una versione della storia più gradita alla sua Casata.

Ciononostante, fare pace con un ritratto propagandistico come quello offertoci dal Richard III e proteggere le mie simpatie per il personaggio storico dalla devastante villania del suo gemello letterario è stato più difficile del previsto. Quale miglior occasione per fare ammenda di un'esperienza unica in teatro con uno dei miei attori preferiti?

MY SUMMER OF NO DISCONTENT

My Summer of No Discontent: Richard III, Trafalgar Studios

My Kingdom for a Ticket
Il 22 agosto 1485 la battaglia di Bosworth Field segnava la fine della Guerra delle due Rose e l'inizio della dinastia Tudor: la vittoria ha comprato la pace consegnando l'ultimo sovrano degli York Riccardo III alla memoria di un ritratto infedele e artefatto, ingiustamente eppur magnificamente pennellato da Shakespeare come il prototipo di una malvagità mascherata, machiavellica e codarda all'occorrenza.

Biasimare il Bardo per l'increscioso equivoco non sarebbe corretto: la leggenda dell'indole e della fisicità mostruose di Riccardo (beffato fino alla fine da un'indecorosa sepoltura sotto un parcheggio a Leicester) erano già parte del folclore molto prima che Shakespeare nascesse e la cara Regina Elisabetta I, diretta discendente dell'ultimo Erede dei Lancaster, non avrebbe potuto godere di una versione della storia più gradita alla sua Casata.

Ciononostante, fare pace con un ritratto propagandistico come quello offertoci dal Richard III e proteggere le mie simpatie per il personaggio storico dalla devastante villania del suo gemello letterario è stato più difficile del previsto. Quale miglior occasione per fare ammenda di un'esperienza unica in teatro con uno dei miei attori preferiti?

MY SUMMER OF NO DISCONTENT

mercoledì 30 luglio 2014

Made glorious summer by this sun of York

"Now is the winter of our discontent
Made glorious summer by this sun of York;
And all the clouds that lour'd upon our house
In the deep bosom of the ocean buried.
Now are our brows bound with victorious wreaths;
Our bruised arms hung up for monuments;
Our stern alarums changed to merry meetings,
Our dreadful marches to delightful measures.
Grim-visaged war hath smooth'd his wrinkled front;
And now, instead of mounting barded steeds
To fright the souls of fearful adversaries,
He capers nimbly in a lady's chamber
To the lascivious pleasing of a lute.
But I, that am not shaped for sportive tricks,
Nor made to court an amorous looking-glass;
I, that am rudely stamp'd, and want love's majesty
To strut before a wanton ambling nymph;
I, that am curtail'd of this fair proportion,
Cheated of feature by dissembling nature,
Deformed, unfinish'd, sent before my time
Into this breathing world, scarce half made up,
And that so lamely and unfashionable
That dogs bark at me as I halt by them;
Why, I, in this weak piping time of peace,
Have no delight to pass away the time,
Unless to spy my shadow in the sun
And descant on mine own deformity:
And therefore, since I cannot prove a lover,
To entertain these fair well-spoken days,
I am determined to prove a villain
And hate the idle pleasures of these days.
Plots have I laid, inductions dangerous,
By drunken prophecies, libels and dreams,
To set my brother Clarence and the king
In deadly hate the one against the other:
And if King Edward be as true and just
As I am subtle, false and treacherous,
This day should Clarence closely be mew'd up,
About a prophecy, which says that 'G'
Of Edward's heirs the murderer shall be."

William Shakespeare
Richard III, Act I. Scene I.


Well...I'M GOING ON AN ADVENTURE! Wish me luck :)

domenica 4 maggio 2014

Dear John






























Dear John, 
at last, I went to see your house and you know, I left my heart in Hampstead...
(sorry for the blurry pictures, I have many talents but photography isn't one of them)

sabato 5 aprile 2014

Coriolanus, Donmar Warehouse



Alcuni dei personaggi che popolano l'universo Shakespeariano sono destinati ad accompagnarci per sempre: conosciamo bene lo stupore sul volto di Amleto alla vista dello spirito del Padre e lo sguardo sognante di Giulietta mentre invoca sul balcone il nome di Romeo, ma altri protagonisti non sono riusciti a trovare la loro strada nella memoria collettiva complice un non elevato numero di rappresentazioni e un tono meno vibrante e politicamente orientato.

Un esempio è Coriolanus, che pur favorito da interpreti illustri non ha mai goduto della stessa popolarità di Giulio Cesare o Enrico V: la missione di restituire al pubblico la sua storia leggendaria(al cinema l’8 aprile grazie al progetto del National Theatre Live) è recentemente ricaduta su Josie Rourke, che nel limitato spazio del Donmar Warehouse ha trovato in un ottimo cast la chiave per raggiungere la giusta intensità emotiva.

mercoledì 15 gennaio 2014

Sherlock 3x03: His Last Vow




Certi personaggi di finzione riescono ad essere sé stessi solo rimanendo immutabili, altri trovano la forza di rischiare affidando alla clemenza del pubblico una diversa versione della storia, altrettanto degna di essere raccontata: che il cuore della terza serie di Sherlock fosse un indagine a tutto tondo sull'incredibile evoluzione del suo protagonista era ormai evidente, ma His Last Vow ha definitivamente confermato quanto il percorso dell'Uomo sia sempre stato molto più interessante e straordinario di quello del Detective.

mercoledì 8 gennaio 2014

Sherlock 3x02: The Sign of Three



Che Succede a Sherlock? Col suo tono leggero e umoristico, il secondo episodio della terza serie The Sign of Three ha senza dubbio spiazzato molti fan preoccupati dalla prospettiva di un imperdonabile crollo qualitativo in relazione allo sviluppo della trama e dei personaggi, ma noi non siamo dello stesso parere.

Sherlock Holmes è un fine osservatore e conoscitore dei segreti che si nascondono nel labirinto della mente, ma c'è una materia che è sempre stata al di là delle sue competenze: il sentimento, quel calore umano che intreccia i fili delle nostre vite a quelle degli altri e che minaccia la nostra capacità di giudizio è qualcosa che Holmes aveva sempre respinto con decisione, ma l'amicizia costruita con John Watson nel corso degli anni e sopravvissuta persino a due lunghi anni di bugie, è riuscita a realizzare l'impossibile.

venerdì 3 gennaio 2014

Sherlock 3x01: The Empty Hearse



"Oh Please, Killing me, That's so Two Years Ago."


Nel giro di 2 interminabili anni di iato, Sherlock ha attraversato la linea che separa uno show di successo da un vero e proprio fenomeno mondiale: scritto da Mark Gatiss, il primo episodio della terza serie The Empty Hearse riesce comunque a non soccombere sotto il peso delle aspettative sfruttandolo piuttosto a suo vantaggio, per chiamare in causa proprio gli stessi spettatori che hanno regalato alla serie fama e fortuna.

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