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domenica 25 marzo 2018

Irish Film Festa 11, My Astonishing Self: Gabriel Byrne on George Bernard Shaw


Gli Italiani hanno Leonardo Da Vinci, gli Inglesi William Shakespeare, gli Irlandesi George Bernard Shaw: è stato lo stesso drammaturgo a pronunciare queste parole, con la sua solita istrionica consapevolezza, sotto i baffi della lunga barba che aveva sempre portato e che l'aveva aiutato a costruire una maschera efficace e familiare per tutti gli spettatori dei suoi lavori: a lui, nato a Dublino ma Londinese di adozione dopo aver lasciato la patria a 20 anni e aver conquistato fama e fortuna nella capitale britannica, Gabriel Byrne ha dedicato il documentario "My Astonishing Self: Gabriel Byrne on George Bernard Shaw", trasmesso dal canale irlandese RTE e dalla BBC e presentato alla Casa del cinema di Roma nell'ambito dell'Irish Film Festa, per riscoprire vita passioni e oscurità di un autore che pur godendo di facile riconoscibilità presso gli irlandesi non è riuscito ottenere la stessa popolarità di altri conterranei.

Irish Film Festa 11: Maze, Stephen Burke



Una griglia di fratture e microfratture, fratello contro fratello e Dio contro Dio, fino a un cessate il fuoco a lungo sospirato ma incapace di guarire fino in fondo le ferite che hanno scavato solchi nella sensibilità e nel malessere di un paese intero: questa la storia dell'Irlanda del Nord, l'Ulster che a scuola tendiamo a confondere con l'Eire con tanta leggerezza e che invece si porta dietro l'eredità conflittuale di una lotta nobile e antica, ma combattuta con le armi della paura e del terrorismo da una parte e con ferma repressione dall'altra; così si gioca il rimbalzo delle responsabilità, le bombe dell'IRA nei pub e nei locali pubblici con gli innocenti che pagano il prezzo più alto, la risposta britannica che si accanisce reprimendo con la violenza proteste pacifiche e spargendo sangue sulla strada, processi senza attenuanti e una risposta carceraria di durezza non comune, nel carcere di massima sicurezza più imponente e inespugnabile d'Europa che si presenta come un labirinto profondo di alienazione e annullamento.


Da qui riparte Maze di Stephen Burke, presentato nel corso dell'Irish Film Festa presso la Casa del Cinema di Roma dedicato all' evasione che coinvolse ben 38 terroristi dell'IRA, sfuggiti in modo rocambolesco dalla fortezza dell'HM Prison Maze (conosciuta anche come Long Kesh) nel settembre '83, per essere per lo più riacciuffati subito o uccisi qualche anno dopo; una grande fuga degna di Steve McQueen, preparata e studiata con altrettanta cura dalla mente Larry Marley, sopravvissuto al terrificante sciopero della fame che si portò via tanti detenuti determinati a veder riconoscere i propri diritti di prigionieri politici in nome dell'Irlanda per cui avevano combattuto, magra consolazione per tutte le famiglie che non li hanno mai più visti tornare a casa. 

martedì 20 marzo 2018

Irish Film Festa 11, dal 21 marzo alla Casa del Cinema di Roma



Giunge all’11a edizione IRISH FILM FESTA, il festival interamente dedicato al cinema irlandese che quest’anno si terrà dal 21 al 25 marzo 2018, come di consueto alla Casa del Cinema di Roma; un'occasione unica per innamorarsi e riscoprire il cinema irlandese e i titoli più interessanti e promettenti che questo ha da offrire, in uno spirito unitario che guarda con interesse e soddisfazioni sia a lavori prodotti nell'Eire che nel Nord Irlanda, in una manifestazione che il direttore artistico Susanna Pellis ha sempre giustamente definito "All Ireland".

IRISH FILM FESTA dedica, come sempre, ampio spazio ai cortometraggi: alla sezione concorso nata nel 2010 e che quest’anno comprende sedici opere, si affianca Making Shorts, un panel di approfondimento sul settore del cortometraggio nell’industria cinematografica irlandese e nordirlandese al quale parteciperanno registi, distributori e professionisti del settore. Fuori concorso sarà inoltre presentato il cortometraggio d’animazione in gaelico An Béal Bocht (The Poor Mouth) di Tom Collins, tratto dall’omonimo racconto di Flann O’Brien e premiato al Galway Film Fleadh 2017.

Tra i lungometraggi in programma troviamo invece Song of Granite di Pat Collins, originale biopic dedicato al cantante irlandese Joe Heaney (1919 – 1984), e soprattutto Maze di Stephen Burke, sull’evasione di 38 detenuti repubblicani dal carcere di Long Kesh nel 1983. Saranno al festival il regista, la produttrice Jane Doolan e il protagonista Barry Ward (lo ricordiamo in Jimmy’s Hall di Ken Loach). Maze ha ottenuto un grande successo di pubblico in Irlanda (è al momento il film irlandese ad aver incassato di più nel primo fine settimana in sala, record precedentemente detenuto da Room di Lenny Abrahamson.

In anteprima italiana vedremo Kissing Candice, film d’esordio della regista di videoclip musicali Aoife McArdle appena passato al Toronto Film Festival e alla Berlinale, film adolescenziale del tutto fuori dagli schemi con l’attore nordirlandese John Lynch nel ruolo del padre del protagonista.

Altro titolo degno di nota è Handsome Devil, scritto e diretto da John Butler (The Stag – Se sopravvivo mi sposo) un delicato racconto di formazione ambientato in collegio, fra studio, rugby e importanti prese di coscienza. A fianco dei due giovani protagonisti Fionn O’Shea  e Nicholas Galitzine, spiccano Andrew Scott e Moe Dunford nel ruolo degli insegnanti.


Non si interrompe il legame tra IRISH FILM FESTA e Cartoon Saloon, lo studio d’animazione con sede a Kilkenny sempre più apprezzato a livello internazionale: dopo The Secret of Kells (2009) e Song of the Sea (La canzone del mare, 2014), al festival sarà proiettato The Breadwinner di Nora Twomey. Accolto con entusiasmo nel circuito dei festival e candidato agli Oscar 2018, The Breadwinner è tratto dal romanzo omonimo della canadese Deborah Ellis (pubblicato in Italia da BUR col titolo Sotto il burqa) e vede protagonista Parvana, una ragazzina afghana che vive sotto il regime talebano. Il film che ha coinvolto nella produzione anche Angelina Jolie è un’ode al potere delle storie e dell’immaginazione, portata sullo schermo attraverso un approfondito lavoro di ricerca sulla cultura visiva e favolistica dell’Afghanistan.


Nell’ambito della nuova sezione #IFFbooks, dedicata alla letteratura irlandese, IRISH FILM FESTA presenterà infine My Astonishing Self: Gabriel Byrne on George Bernard Shaw, un documentario realizzato da Gerry Hoban per RTÉ (la televisione pubblica irlandese) e BBC in cui il celebre attore Gabriel Byrne guida gli spettatori alla scoperta della vita e delle opere di Shaw. A Gabriel Byrne, che proprio quest’anno ha ricevuto il premio IFTA alla carriera, si lega anche la scelta dell’Irish Classic, Into the West (Tir-na-nOg – È vietato portare cavalli in città, 1992): scritto da Jim Sheridan e diretto da Mike Newell, il film è una fiaba moderna ambientata nel mondo dei Traveller, l’etnia nomade irlandese. Nel cast, oltre a Byrne, anche Ellen Barkin, Colm Meaney e Brendan Gleeson.

#IFFbooks prevede poi un incontro con il pluripremiato scrittore irlandese Paul Lynch, autore di tre romanzi: Red Sky in Morning (Cielo rosso al mattino, 2013), già pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd, The Black Snow (2014) e Grace (2017). Lo stile di Lynch, paragonato a quello di Seamus Heaney e Cormac McCarthy, ha ricevuto apprezzamenti da affermati scrittori irlandesi come Sebastian Barry e Colm Tóibín (Brooklyn).

Mi raccomando, non mancate e Slán go fóill!

martedì 16 gennaio 2018

Oíche mhaith, Dolores.

Io senza musica non ci so proprio stare: lo so che il silenzio è importante, che bisogna fermarsi ad ascoltare i rumori del mondo, il traffico cittadino, i gabbiani che starnazzano, tutte quelle cose lì che fanno tanto essere umano ispirato che apprezza il creato senza coperture che magari chissà, la coppia che litiga nel marciapiede di fronte potrà offrirmi uno spunto utile per il mio primo debutto letterario, ma il silenzio proprio non fa per me, è inutile.

Sarà che capitano dei momenti nel romanzo della vita in cui ti senti solo, così disperatamente solo e spaventato da tutto e da tutti, che quel cazzo di silenzio preferisci spegnerlo mettendoci sopra una canzone e allora impari a ripararti le orecchie, quando i rumori che dovresti stare a sentire con tanta attenzione urlano solo rifiuto, disappunto, incapacità di convivere col non essere accettati, compresi, perdonati per le cazzate che si fanno e che lievitano come macigni sotto i quali finisci seppellito nel parco archeologico delle tue piccole grandi speranze; altre volte sono le canzoni stesse che ti vengono in aiuto, inserendosi al momento giusto, insistendo con un battito che ti resta dentro anche se non le ricordi bene perchè all'epoca in cui le hai sentite la prima volta youtube non l'avevano ancora inventato, innestate nella tua storia così in profondità che certi eventi riescono a prendere forma dal tuo passato solo non appena le rispolveri dall'archivio.

Lo so, l'adolescenza fa schifo quasi sempre e per sfuggire all'incantesimo devi essere molto fortunato, non sto dicendo nulla di nuovo o che altri non abbiano altrettanto sperimentato e condiviso nelle ultime ore, ma per la mia generazione, quella che cerca disperatamente una risposta nel passato non così passato ma che sembra 100 anni fa, perchè non sa come imparare a nuotare in questo presente con poco da offrire e che si muove troppo velocemente per stare davvero al passo, la nostalgia è un po' una professione non dichiarata e redditizia (c'è anche chi ne ha fatto un business economico da milioni di dollari, ma solo perchè siamo noi very normal people a nutrirla all'ennesima potenza)ma dal guadagno emotivo impareggiabile: vedere pezzi di quel passato morire diventa così uno strappo di cuore amplificato che riesce a farti tornare subito piccolo e arrabbiato, effetto ratatouille ma con un misto di malinconia e occhi salati più doloroso e straniante di quello che dovrebbe essere, col terreno che ti manca sotto i piedi perchè gli amici che sono stati lì per te, sempre vigili e presenti anche senza saperlo, se ne sono andati.

Eccoci qui allora, a riascoltare le canzoni dei Cranberries e la voce di Dolores O' Riordan, con l'audio pulito pulito che spotify ci concede e che batte il cd ormai graffiato e rovinato del best of  così come le cassette che registravo dalla radio, nel tentativo di ricomporre una compilation anche se l'inizio e la fine erano sempre rovinati dalla voce degli speaker: penso al doppio cd del Festivalbar compilation rossa, a quando I can't be with you sul pulman in gita scolastica tentava di farmi accettare che il ragazzo che amavo non mi avrebbe mai ricambiata, a quando affondando la testa nel cuscino fra le lacrime cantavo please dont' stand in my way pregando di non essere più ferita dalle sciabolate altrui, a quando strillavo Delilah o salvation su e giù per la casa sbattendo da una parete all'altra, a quando ho realizzato Loud and Clear che people are stranger e allora vaffanculo, I Hope the sun beats down on you and skin youself alive, a quando con un nodo alla gola che sembrava non sciogliersi mai, tesa come una corda di violino e sicura che le cose non sarebbero mai andate meglio ho strizzato un altro pianto dentro Daffodil Lament passata in radio, a quando vedendo per la prima volta the Devil's Own ho riconosciuto la canzone di apertura registrandolo e rimettendolo a ripetizione nel registratore, in nome di Dio e dell'Irlanda. Tristezza si, ma anche speranza e fiducia, perchè a fine playlist ti ricordi che a certi mali di vivere sei sopravvissuto e magari puoi sopravvivere anche alla vita vera, quella che prova a metterti i piedi in testa ogni giorno in modo ben peggiore e che di fantasia per farti incazzare ne ha sempre da vendere: perchè my life is changing everyday, In every possible way, perchè ai Dreams che abbiamo imparato a fare ci crediamo ancora e chissà, magari finirà davvero così, You and me Forever be, Eternally it will always be you and me.

Oíche mhaith, Dolores.



sabato 9 aprile 2016

Brooklyn



"You have to think like an American. You'll feel so homesick that you'll want to die, and there's nothing you can do about it apart from endure it. But you will, and it won't kill you. And one day, the sun will come out you might not even notice straight away-it'll be that faint. And then you'll catch yourself thinking about something or someone who has no connection with the past. Someone who's only yours. And you'll realize that this is where your life is."

Ancora gli anni 50', ancora una ragazza desiderosa di trovare la propria strada e di liberarsi della morsa di una società tutta occhi e orecchie, invecchiata malamente fra buon costume e ipocrisia: nella stessa epoca di Therese, vera protagonista dello splendido Carol di Todd Haynes, anche la giovane Eilis Lacey deve affrontare da sola la sfida di una vita imbarcandosi tutta sola sulla nave che la porterà in America, col ricordo della nativa Irlanda riposto al sicuro nel profondo dei suoi grandi occhi verdi insieme all'amore per una sorella maggiore devota da sempre alla sua felicità.

venerdì 18 dicembre 2015

Original Soundtrack: dall'ost al film e ritorno III


Qual è la prima cosa che fate subito dopo aver visto un bel film? Discuterne coi compagni di visione è importante, prendere appunti nel caso ci fosse l'opportunità di scrivere una recensione è fondamentale, condividere un breve giudizio sui social network è ormai una prassi tanto sana (?) quanto imprescindibile, ma per la sottoscritta c'è un'unica sana vecchia abitudine senza la quale l'esperienza cinematografica non potrebbe mai dirsi davvero conclusa: recuperare e ascoltare la colonna sonora del film, passare giorni e giorni immersa nell'atmosfera di una canzone o di un tema e prolungare il più possibile l'esperienza di visione è uno dei piccoli piaceri della vita a cui non potrei mai rinunciare.

Si dice che non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina, ma scegliere un film partendo dalla sua colonna sonora è interessante: inciampi per caso in un titolo mai sentito, lasci che sia l'orchestra a fare la miglior promozione possibile e ti convinci che quel film lì, pur con la sua chilometrica lista di riserve, merita comunque un tentativo.

Spesso e volentieri tutto finisce bene, altre volte tu e la musica decidete di restare amici a patto che il suo film non osi mostrare mai più la sua faccia in pubblico; per questo terzo appuntamento con la rubrica soundtrack vs movie(sono passati mesi dall'ultima, ma alla fine torniamo sempre :P ), i film scoperti grazie alle loro ost ascoltate in loop erano così tanti che sceglierne 5 è stato davvero arduo. Orecchie ai posti, pronti, VIA!


The Two Faces of January 


 

Come papà Hitch ci ha sempre insegnato, anche l'oggetto più insignificante può servire al meglio il fato nell'innescare la parabola distruttiva di un sano Thriller vecchio stampo: nel caso di The Two Faces of January, debutto alla regia in un lungometraggio di Hossein Amini, è un braccialetto dimenticato in un taxi a intrecciare la vita di Rydal, americano squattrinato in fuga dal ricordo di un padre oppressivo, a quelle di Colette e Chester MacFarland, coppia borghese all'apparenza felicemente in vacanza e in cerca di divertimenti e buona compagnia.

La torrida estate greca del 1962 che vede i protagonisti lottare per la loro sopravvivenza non può non richiamare alla memoria gli esotici scenari de il Talento di Mr Ripley (anche quello tratto da un celebre romanzo di Patricia Highsmith), ma i binari che conducono la storia verso il suo inevitabile epilogo sono molto più classici di quelli che attraversavano il film di Anthony Minghella; il platonico triangolo creato dalle circostanze collassa e implode sotto il peso di gelosia e sospetto, e si distorce all'ombra di un afflato paterno desiderato e divenuto impraticabile.

Gli dei stanno a guardare, scelgono il labirinto come teatro della tragedia e lasciano che gli uomini si distruggano nella follia dell'umana debolezza, in fuga da un destino avverso che si compiace dei loro fallimenti: approfittando di poche ma significative svolte Hithcockiane(la scena dell'autobus e quella della scale nel labirinto sono un palese omaggio al Maestro del brivido), la Grecia degli anni 60' offre la cornice necessaria per disorientare i protagonisti e spingerli a fare le scelte più sbagliate in nome del soffocante miraggio di una via d'uscita; a contendersi le attenzioni di una sofisticata Kirsten Dunst un antipatico Oscar Isaac e un Viggo Mortensen tanto fragile, disperato e incapace da rendere impossibile non tifare per lui.

Per accompagnare il peregrinare di Rydal e dei MacFarland, la colonna sonora di Alberto Iglesias è una scelta felice e appropriata: dopo l'eccellente Tinker Tailor Soldier Spy, l'artista spagnolo sposa senza difficoltà le atmosfere dei 60s con un altro score avvolgente ed elegante, dove il calore insopportabile dei luoghi e la febbre degli animi trova voce in un sax malinconicamente smarrito in mezzo a una nube di violini: insistenti e accattivanti, come una notte passata a dormire sotto le stelle fumando compulsivamente tutte le sigarette del pacchetto, o un'estenuante camminata lungo le stradine greche tutte ciottoli e calura.


Cracks




Un'isola tagliata fuori dal mondo, un collegio popolato da sole donne dove la naturale sorellanza si confonde a istinti ferini e torbide ossessioni, un porto gelido retto da un rassicurante conservatorismo vecchio di secoli che non vuole saperne di morire, nonostante gli anni 30 e i loro venti inquieti soffino con insistenza sulle barche per farsi sentire, nel tentativo di portare via le ragazze prigioniere e condurle verso la libertà: diretto nel 2008 da Jordan Scott, altra figlia del caro Ridley a cimentarsi dietro la macchina da presa (inusuale e postmoderno, il lavoro fatto da Jake sul suo Plunkett & McLeane era stato più che soddisfacente), Cracks racconta la storia dell'insegnante di nuoto Miss G e delle sue ragazze, allieve del collegio dove lei stessa aveva trascorso la gioventù e del tutto devote al faro di speranza e anticonformismo che la donna, capelli corti e colorati abiti alla moda, sembra rappresentare.

Nonostante le iniziali frasi di incoraggiamento alla Professor Keating sembrino suggerire diversamente, Cracks non è l'attimo fuggente e nemmeno Mona Lisa's Smile: l'arrivo di Fiamma, misteriosa bellezza spagnola spedita al collegio dai genitori per allontanarla da un amore inopportuno, scatena invidie profonde nelle ragazze e sconvolge l'equilibrio fisico e mentale di Miss G, morbosamente attratta dalla ragazza al punto da osare fare qualunque cosa pur di riuscire ad averla, abbattendo le sbarre della repressione mentale e sessuale entro cui la sua gioventù era stata ingabbiata con conseguenze devastanti e terribili.

Ad accompagnare il viaggio verso il baratro di Miss G. (una Eva Green bella in modo abbacinante e bravissima come sempre) e delle sue allieve, vestali vendicative pronte a seguire la sue luce ciecamente come se fossero le discepole di Saffo in persona troviamo la colonna sonora dello spagnolo Javier Navarrete, conosciuto soprattutto per le meraviglie create per il Labirinto del Fauno di Guillermo Del Toro: in Cracks, a far da padrone è un mix di melodie raffinate e malinconiche che alternano la tragicità delle malate fantasie di Miss G. alla delicata presenza di Fiamma Corona, spirito ribelle intrappolato nella bellezza aristocratica di una pelle d'alabastro, in grado di conquistare l'attenzione delle compagne raccontando storie esotiche come una Piccola Principessa tanto quanto di scatenare in loro una furia ferina e ancestrale, espressa al massimo della sua crudeltà da un'angosciante crescendo musicale.

Fra tutti i pezzi della colonna sonora, il preferito da chi scrive è sicuramente Fascination: meno angosciante e misterioso di altri ma pieno della febbre di libertà e futuro di cui le ragazze del collegio hanno un disperato bisogno di nutrirsi per non morire, fiamma positiva sulla quale aleggiano sospese come corvi poche note piene di sospetto e inquietudine.


Interlude




Molti lo ricordano soprattutto come l'autore del tema di Jules e Jim di François Truffaut, riscoperto fra l'altro qualche anno fa grazie a La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordano, ma la fama di George Delerue va ben oltre il celeberrimo triangolo amoroso benedetto dal regista: favorito da Truffaut e dalle grandi produzioni di Hollywood, il compositore francese ha realizzato talmente tante colonne sonore di pregio da rendere un vero piacere perdersi nella sua produzione, ma fra titoli più o meno celeberrimi una di quelle che più amo ascoltare a ripetizione è senza dubbio il tema di Interlude, piccolo film dimenticato del 1968 con Oskar "Jules" Werner come protagonista.

Una pellicola che dimostra tutti i suoi anni, totalmente immersa nei colori e nelle atmosfere di quella Swinging London che fra audaci abitini a quadretti, minigonne colorate e voluminose acconciature difende orgogliosa la sua originalissima identità, cercando un'emancipazione e una libertà che verranno rivendicati con forza proprio dopo la rottura portata dal 68'; a sfidare le convenzioni nel film di Kevin Billington sono il direttore d'Orchestra austriaco Stefan Zelter, sposato con due figli e all'apice della fama, e la giovane reporter Sally, perfetta incarnazione del bisogno di freschezza, indipendenza e novità invocato da quegli anni: un altro triangolo amoroso per Werner, il primo dai tempi di Jules e Jim ma non meno coraggioso e audace del suo antenato, che sceglie di affrontare il classico tema del tradimento senza assolvere né condannare, analizzando con perizia psicologica notevole le conseguenze sulle parti in causa e chiudendo la storia con un finale realistico e amaro, ma assai preferibile alla patina di zucchero che una visione più indulgente avrebbe favorito.

Un Oskar Werner mai così bello e affascinante (non so voi, ma io sono sempre stata Team Jules) e una Barbara Ferris dalla voce stridula e insopportabile ma perfetta per il ruolo si innamorano così sulle note di una colonna sonora dal sapore retrò e romantico, malinconica grazie al tema portante cantato da Timi Yuro e deliziosa nelle sue sfumature medievaleggianti, scelte ad hoc per accompagnare un breve weekend fuori città dei due amanti.




The Luzhin Defence




Come ci insegna Ingmar Bergman nel suo Settimo Sigillo, la morte è una giocatrice di scacchi abile e insistente: non fa eccezione in The Luzhin Defence (conosciuto in Italia come "La Partita- La difesa di Luzhin), film del 2000 liberamente tratto dal romanzo che Vladimir Nabokov ha dedicato all'immaginario campione di scacchi russo  Aleksander "Sasha" Luzhin.

Come in Shine di Scott Hicks, dove il pianista David Helfgott interpretato da Geoffrey Rush veniva spinto all'esaurimento nervoso dalla preparazione di una delle partiture di più terribili di Rachmaninoff, anche il nostro giocatore cammina sull'orlo di un precipizio: arrivato dalla Russia per un torneo sul Lago di Como in pieni anni 20', Sasha (un intenso John Turturro) è un uomo introverso al limite dell'autismo, genio nervoso e solitario che riempie interamente la sua esistenza di un talento per la scacchiera coltivato sin da bambino, inseguito come una droga irresistibile pur con la consapevolezza di arrivare un passo più vicino alla follia ad ogni singola partita.

A portare un po' di luce nella vita dell'uomo, tormentato dal ricordo di un'infanzia che l'ha visto assistere impotente alla fine del matrimonio dei genitori, ci penserà la paziente Natalia (Emily Watson), decisa ad amarlo in tutta la sua dolce insensatezza e a tentare di guarirlo dai suoi demoni contro l'opinione di parenti e amici; un personaggio presente nel romanzo originale ma felicemente ampliato e rivisto dallo script, nel ritratto di una donna determinata e devota a un amore fatto di sguardi e quasi del tutto privo di parole ma per questo forse ancora più degno di essere vissuto fino in fondo.

Mentre la storia si snoda alternando l'inquieto presente di Sasha, perseguitato dalla ricerca di una mossa formidabile e risolutiva a fiabeschi flashback che fanno pericolosamente perdere all'uomo il contatto con la realtà, Alexandre Desplat segue il percorso dei personaggi con una colonna sonora dalle note leggere e saltellanti, colma di quella tristezza e dolce malinconia che spingono il film ben oltre l'ossatura semplice e classica che lo caratterizza: in fondo, solo la magia di un accompagnamento musicale firmato da uno dei più grandi compositori viventi avrebbe potuto rendere giustizia a una danza meticolosa e attenta come quella degli scacchi.



Song of The Sea



Mentre Big Hero 6 si portava a casa l'Oscar per il miglior film d'animazione 2015, un piccolo lungometraggio irlandese se ne stava zitto zitto ad affrontare la sconfitta in mezzo a tanti illustri contendenti: diretto da Tom Moore, Song of The Sea attinge dritto dal folklore irlandese per raccontare la storia di Saoirse, una bambina di cinque anni orfana di madre che vive su un'isola in compagnia del padre affranto e del fratello Ben, geloso della sorellina e deciso a darle la colpa della scomparsa della madre; la situazione cambierà drasticamente quando in occasione del suo quinto compleanno Saoirse scoprirà di essere una Selkie, mitologia creatura marina dai magici poteri.

Circondati come siamo dall'animazione in CGI, un film come quello realizzato da Tom Moore è una vera benedizione: Song of The Sea è un gioiello dai disegni tenui e delicatissimi, acquerello blu e azzurrino intrecciato a un arabesque di disegni tratteggiati con mano dolce ma allo stesso tempo complessi e curatissimi, con scenografie fantastiche e fondali marini di rara ricchezza e bellezza.

Il cuore della storia, piena di succosi richiami mitologici e commovente per il garbo e la tenerezza con cui gestisce i rapporti fra i personaggi, vive della magia semplice e unica che solo le favole della buona notte possiedono: non poteva essere da meno la colonna sonora firmata da Bruno Coulais (l'uomo responsabile del bellissimo ost di Coraline), in grado di intervallare sonorità tipicamente irlandesi fra percussioni, cornamuse e Whistle alla fine e suggestiva ninna nanna cantata da Lisa Hannigan(in inglese e in gaelico, giusto per aumentare la nostra dose di lacrimoni e aggiungere ancora più atmosfera), pronta a cullarci dolcemente e ad accompagnarci verso luoghi misteriosi e incantati con cui l'infanzia non ha mai paura di confrontarsi.


mercoledì 5 agosto 2015

Poet's corner No. 25


It is late last night the dog was speaking of you;
the snipe was speaking of you in her deep marsh.
It is you are the lonely bird through the woods;
and that you may be without a mate until you find me.
You promised me, and you said a lie to me,
that you would be before me where the sheep are flocked;
I gave a whistle and three hundred cries to you,
and I found nothing there but a bleating lamb.
You promised me a thing that was hard for you,
a ship of gold under a silver mast;
twelve towns with a market in all of them,
and a fine white court by the side of the sea.
You promised me a thing that is not possible,
that you would give me gloves of the skin of a fish;
that you would give me shoes of the skin of a bird;
and a suit of the dearest silk in Ireland.
When I go by myself to the Well of Loneliness,
I sit down and I go through my trouble;
when I see the world and do not see my boy,
he that has an amber shade in his hair.
It was on that Sunday I gave my love to you;
the Sunday that is last before Easter Sunday
and myself on my knees reading the Passion;
and my two eyes giving love to you for ever.
My mother has said to me not to be talking with you today,
or tomorrow, or on the Sunday;
it was a bad time she took for telling me that;
it was shutting the door after the house was robbed.
My heart is as black as the blackness of the sloe,
or as the black coal that is on the smith's forge;
or as the sole of a shoe left in white halls;
it was you put that darkness over my life.
You have taken the east from me, you have taken the west from me;
you have taken what is before me and what is behind me;
you have taken the moon, you have taken the sun from me;
and my fear is great that you have taken God from me!

Donald Og
Lady Augusta Gregory


mercoledì 10 luglio 2013

The Fall: complete series 1


Un uomo e una donna osservano si osservano nello specchio, cercando nel riflesso la risposta a ciò che manca nelle loro vite: freddi e razionali, scrupolosi e attenti, meticolosi e solitari, Paul Spector e Stella Gibson potrebbero essere anime gemelle destinate a un fortunato incontro sotto il plumbeo cielo di Belfast, ma il caso ha voluto che fossero chiamati su fronti opposti della barricata a interpretare rispettivamente il ruolo di uno spietato serial killer e quello della Detective decisa a catturarlo.

giovedì 9 giugno 2011

in the name of the father

"I'm an innocent man. I spent 15 years in prison for something I didn't do. I watched my father die in a British prison for something he didn't do. And this government still says he's guilty. I want to tell them that until my father is proved innocent, until all the people involved in this case are proved innocent, until the guilty ones are brought to justice, I will fight on. In the name of my father and of the truth!"



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