"Eyes are the windows to the soul"
Maestro supremo del gotico e visionario incantatore, padre e protettore di tutti i freaks e i diversi costretti a lottare strenuamente per guadagnarsi un posto in una società che nasconde i suoi veri mostri da spavento dietro smaglianti sorrisi e composte ipocrisie: se ci avessero chiesto qualche anno fa di descrivere Tim Burton in poche battute non avremmo avuto esitazione, ma la carrellata di risultati altalenanti che il regista di Burbank ha collezionato sin dai tempi del deludente Alice in Wonderland racconta ormai una storia diversa che con insistenza crescente sta lentamente divorando la leggenda di un autore straordinario.
Abbiamo perso per sempre il regista che con pochi colpi di forbice ci aveva fatti ballare fra i fiocchi di neve in Edward Scissorhands? Cosa ne è stato del ghigno irresistibile e dissacrante di BeetleJuice e Mars Attack? Il coraggioso e magistrale svelamento della poetica burtoniana operato in Big Fish era forse il canto del cigno definitivo? Ogni carriera è costellata di alti e bassi, ma la sgradevole sensazione è che dopo l'acclamata mostra al MOMA e un culto diffusosi fino a diventare mainstream il suo tocco inconfondibile sia precipitato nell'inconsistenza dello stereotipo, perdendo di vista un processo creativo che avrebbe innanzitutto dovuto vivere di personaggi umanissimi e non generare merchandising; la costante presenza di Johnny Depp e di Helena Bonham Carter, team di rodata collaborazione divenuto in fine cavallo azzoppato su lunga corsa, non ha fatto altro che peggiorare le cose maschera dopo maschera.
Maestro supremo del gotico e visionario incantatore, padre e protettore di tutti i freaks e i diversi costretti a lottare strenuamente per guadagnarsi un posto in una società che nasconde i suoi veri mostri da spavento dietro smaglianti sorrisi e composte ipocrisie: se ci avessero chiesto qualche anno fa di descrivere Tim Burton in poche battute non avremmo avuto esitazione, ma la carrellata di risultati altalenanti che il regista di Burbank ha collezionato sin dai tempi del deludente Alice in Wonderland racconta ormai una storia diversa che con insistenza crescente sta lentamente divorando la leggenda di un autore straordinario.
Abbiamo perso per sempre il regista che con pochi colpi di forbice ci aveva fatti ballare fra i fiocchi di neve in Edward Scissorhands? Cosa ne è stato del ghigno irresistibile e dissacrante di BeetleJuice e Mars Attack? Il coraggioso e magistrale svelamento della poetica burtoniana operato in Big Fish era forse il canto del cigno definitivo? Ogni carriera è costellata di alti e bassi, ma la sgradevole sensazione è che dopo l'acclamata mostra al MOMA e un culto diffusosi fino a diventare mainstream il suo tocco inconfondibile sia precipitato nell'inconsistenza dello stereotipo, perdendo di vista un processo creativo che avrebbe innanzitutto dovuto vivere di personaggi umanissimi e non generare merchandising; la costante presenza di Johnny Depp e di Helena Bonham Carter, team di rodata collaborazione divenuto in fine cavallo azzoppato su lunga corsa, non ha fatto altro che peggiorare le cose maschera dopo maschera.
Per tentare di ritrovare la luce, l'unica soluzione auspicabile era ricominciare a dipingere da zero la propria tela, grazie ad un soggetto che non si prestasse facilmente all'esaltazione di quei canoni tanto tossicamente abusati: sembrava provvidenziale in tal senso la scelta di Big Eyes, il film dedicato all'artista dei grandi occhioni Margareth Keane e alla frode nella quale il marito Walter, in principio baldanzoso individuo dal fascino truffaldino e poi compagno dispotico e crudele, la trascinò senza apparente via d'uscita.


