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venerdì 18 dicembre 2015

Original Soundtrack: dall'ost al film e ritorno III


Qual è la prima cosa che fate subito dopo aver visto un bel film? Discuterne coi compagni di visione è importante, prendere appunti nel caso ci fosse l'opportunità di scrivere una recensione è fondamentale, condividere un breve giudizio sui social network è ormai una prassi tanto sana (?) quanto imprescindibile, ma per la sottoscritta c'è un'unica sana vecchia abitudine senza la quale l'esperienza cinematografica non potrebbe mai dirsi davvero conclusa: recuperare e ascoltare la colonna sonora del film, passare giorni e giorni immersa nell'atmosfera di una canzone o di un tema e prolungare il più possibile l'esperienza di visione è uno dei piccoli piaceri della vita a cui non potrei mai rinunciare.

Si dice che non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina, ma scegliere un film partendo dalla sua colonna sonora è interessante: inciampi per caso in un titolo mai sentito, lasci che sia l'orchestra a fare la miglior promozione possibile e ti convinci che quel film lì, pur con la sua chilometrica lista di riserve, merita comunque un tentativo.

Spesso e volentieri tutto finisce bene, altre volte tu e la musica decidete di restare amici a patto che il suo film non osi mostrare mai più la sua faccia in pubblico; per questo terzo appuntamento con la rubrica soundtrack vs movie(sono passati mesi dall'ultima, ma alla fine torniamo sempre :P ), i film scoperti grazie alle loro ost ascoltate in loop erano così tanti che sceglierne 5 è stato davvero arduo. Orecchie ai posti, pronti, VIA!


The Two Faces of January 


 

Come papà Hitch ci ha sempre insegnato, anche l'oggetto più insignificante può servire al meglio il fato nell'innescare la parabola distruttiva di un sano Thriller vecchio stampo: nel caso di The Two Faces of January, debutto alla regia in un lungometraggio di Hossein Amini, è un braccialetto dimenticato in un taxi a intrecciare la vita di Rydal, americano squattrinato in fuga dal ricordo di un padre oppressivo, a quelle di Colette e Chester MacFarland, coppia borghese all'apparenza felicemente in vacanza e in cerca di divertimenti e buona compagnia.

La torrida estate greca del 1962 che vede i protagonisti lottare per la loro sopravvivenza non può non richiamare alla memoria gli esotici scenari de il Talento di Mr Ripley (anche quello tratto da un celebre romanzo di Patricia Highsmith), ma i binari che conducono la storia verso il suo inevitabile epilogo sono molto più classici di quelli che attraversavano il film di Anthony Minghella; il platonico triangolo creato dalle circostanze collassa e implode sotto il peso di gelosia e sospetto, e si distorce all'ombra di un afflato paterno desiderato e divenuto impraticabile.

Gli dei stanno a guardare, scelgono il labirinto come teatro della tragedia e lasciano che gli uomini si distruggano nella follia dell'umana debolezza, in fuga da un destino avverso che si compiace dei loro fallimenti: approfittando di poche ma significative svolte Hithcockiane(la scena dell'autobus e quella della scale nel labirinto sono un palese omaggio al Maestro del brivido), la Grecia degli anni 60' offre la cornice necessaria per disorientare i protagonisti e spingerli a fare le scelte più sbagliate in nome del soffocante miraggio di una via d'uscita; a contendersi le attenzioni di una sofisticata Kirsten Dunst un antipatico Oscar Isaac e un Viggo Mortensen tanto fragile, disperato e incapace da rendere impossibile non tifare per lui.

Per accompagnare il peregrinare di Rydal e dei MacFarland, la colonna sonora di Alberto Iglesias è una scelta felice e appropriata: dopo l'eccellente Tinker Tailor Soldier Spy, l'artista spagnolo sposa senza difficoltà le atmosfere dei 60s con un altro score avvolgente ed elegante, dove il calore insopportabile dei luoghi e la febbre degli animi trova voce in un sax malinconicamente smarrito in mezzo a una nube di violini: insistenti e accattivanti, come una notte passata a dormire sotto le stelle fumando compulsivamente tutte le sigarette del pacchetto, o un'estenuante camminata lungo le stradine greche tutte ciottoli e calura.


Cracks




Un'isola tagliata fuori dal mondo, un collegio popolato da sole donne dove la naturale sorellanza si confonde a istinti ferini e torbide ossessioni, un porto gelido retto da un rassicurante conservatorismo vecchio di secoli che non vuole saperne di morire, nonostante gli anni 30 e i loro venti inquieti soffino con insistenza sulle barche per farsi sentire, nel tentativo di portare via le ragazze prigioniere e condurle verso la libertà: diretto nel 2008 da Jordan Scott, altra figlia del caro Ridley a cimentarsi dietro la macchina da presa (inusuale e postmoderno, il lavoro fatto da Jake sul suo Plunkett & McLeane era stato più che soddisfacente), Cracks racconta la storia dell'insegnante di nuoto Miss G e delle sue ragazze, allieve del collegio dove lei stessa aveva trascorso la gioventù e del tutto devote al faro di speranza e anticonformismo che la donna, capelli corti e colorati abiti alla moda, sembra rappresentare.

Nonostante le iniziali frasi di incoraggiamento alla Professor Keating sembrino suggerire diversamente, Cracks non è l'attimo fuggente e nemmeno Mona Lisa's Smile: l'arrivo di Fiamma, misteriosa bellezza spagnola spedita al collegio dai genitori per allontanarla da un amore inopportuno, scatena invidie profonde nelle ragazze e sconvolge l'equilibrio fisico e mentale di Miss G, morbosamente attratta dalla ragazza al punto da osare fare qualunque cosa pur di riuscire ad averla, abbattendo le sbarre della repressione mentale e sessuale entro cui la sua gioventù era stata ingabbiata con conseguenze devastanti e terribili.

Ad accompagnare il viaggio verso il baratro di Miss G. (una Eva Green bella in modo abbacinante e bravissima come sempre) e delle sue allieve, vestali vendicative pronte a seguire la sue luce ciecamente come se fossero le discepole di Saffo in persona troviamo la colonna sonora dello spagnolo Javier Navarrete, conosciuto soprattutto per le meraviglie create per il Labirinto del Fauno di Guillermo Del Toro: in Cracks, a far da padrone è un mix di melodie raffinate e malinconiche che alternano la tragicità delle malate fantasie di Miss G. alla delicata presenza di Fiamma Corona, spirito ribelle intrappolato nella bellezza aristocratica di una pelle d'alabastro, in grado di conquistare l'attenzione delle compagne raccontando storie esotiche come una Piccola Principessa tanto quanto di scatenare in loro una furia ferina e ancestrale, espressa al massimo della sua crudeltà da un'angosciante crescendo musicale.

Fra tutti i pezzi della colonna sonora, il preferito da chi scrive è sicuramente Fascination: meno angosciante e misterioso di altri ma pieno della febbre di libertà e futuro di cui le ragazze del collegio hanno un disperato bisogno di nutrirsi per non morire, fiamma positiva sulla quale aleggiano sospese come corvi poche note piene di sospetto e inquietudine.


Interlude




Molti lo ricordano soprattutto come l'autore del tema di Jules e Jim di François Truffaut, riscoperto fra l'altro qualche anno fa grazie a La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordano, ma la fama di George Delerue va ben oltre il celeberrimo triangolo amoroso benedetto dal regista: favorito da Truffaut e dalle grandi produzioni di Hollywood, il compositore francese ha realizzato talmente tante colonne sonore di pregio da rendere un vero piacere perdersi nella sua produzione, ma fra titoli più o meno celeberrimi una di quelle che più amo ascoltare a ripetizione è senza dubbio il tema di Interlude, piccolo film dimenticato del 1968 con Oskar "Jules" Werner come protagonista.

Una pellicola che dimostra tutti i suoi anni, totalmente immersa nei colori e nelle atmosfere di quella Swinging London che fra audaci abitini a quadretti, minigonne colorate e voluminose acconciature difende orgogliosa la sua originalissima identità, cercando un'emancipazione e una libertà che verranno rivendicati con forza proprio dopo la rottura portata dal 68'; a sfidare le convenzioni nel film di Kevin Billington sono il direttore d'Orchestra austriaco Stefan Zelter, sposato con due figli e all'apice della fama, e la giovane reporter Sally, perfetta incarnazione del bisogno di freschezza, indipendenza e novità invocato da quegli anni: un altro triangolo amoroso per Werner, il primo dai tempi di Jules e Jim ma non meno coraggioso e audace del suo antenato, che sceglie di affrontare il classico tema del tradimento senza assolvere né condannare, analizzando con perizia psicologica notevole le conseguenze sulle parti in causa e chiudendo la storia con un finale realistico e amaro, ma assai preferibile alla patina di zucchero che una visione più indulgente avrebbe favorito.

Un Oskar Werner mai così bello e affascinante (non so voi, ma io sono sempre stata Team Jules) e una Barbara Ferris dalla voce stridula e insopportabile ma perfetta per il ruolo si innamorano così sulle note di una colonna sonora dal sapore retrò e romantico, malinconica grazie al tema portante cantato da Timi Yuro e deliziosa nelle sue sfumature medievaleggianti, scelte ad hoc per accompagnare un breve weekend fuori città dei due amanti.




The Luzhin Defence




Come ci insegna Ingmar Bergman nel suo Settimo Sigillo, la morte è una giocatrice di scacchi abile e insistente: non fa eccezione in The Luzhin Defence (conosciuto in Italia come "La Partita- La difesa di Luzhin), film del 2000 liberamente tratto dal romanzo che Vladimir Nabokov ha dedicato all'immaginario campione di scacchi russo  Aleksander "Sasha" Luzhin.

Come in Shine di Scott Hicks, dove il pianista David Helfgott interpretato da Geoffrey Rush veniva spinto all'esaurimento nervoso dalla preparazione di una delle partiture di più terribili di Rachmaninoff, anche il nostro giocatore cammina sull'orlo di un precipizio: arrivato dalla Russia per un torneo sul Lago di Como in pieni anni 20', Sasha (un intenso John Turturro) è un uomo introverso al limite dell'autismo, genio nervoso e solitario che riempie interamente la sua esistenza di un talento per la scacchiera coltivato sin da bambino, inseguito come una droga irresistibile pur con la consapevolezza di arrivare un passo più vicino alla follia ad ogni singola partita.

A portare un po' di luce nella vita dell'uomo, tormentato dal ricordo di un'infanzia che l'ha visto assistere impotente alla fine del matrimonio dei genitori, ci penserà la paziente Natalia (Emily Watson), decisa ad amarlo in tutta la sua dolce insensatezza e a tentare di guarirlo dai suoi demoni contro l'opinione di parenti e amici; un personaggio presente nel romanzo originale ma felicemente ampliato e rivisto dallo script, nel ritratto di una donna determinata e devota a un amore fatto di sguardi e quasi del tutto privo di parole ma per questo forse ancora più degno di essere vissuto fino in fondo.

Mentre la storia si snoda alternando l'inquieto presente di Sasha, perseguitato dalla ricerca di una mossa formidabile e risolutiva a fiabeschi flashback che fanno pericolosamente perdere all'uomo il contatto con la realtà, Alexandre Desplat segue il percorso dei personaggi con una colonna sonora dalle note leggere e saltellanti, colma di quella tristezza e dolce malinconia che spingono il film ben oltre l'ossatura semplice e classica che lo caratterizza: in fondo, solo la magia di un accompagnamento musicale firmato da uno dei più grandi compositori viventi avrebbe potuto rendere giustizia a una danza meticolosa e attenta come quella degli scacchi.



Song of The Sea



Mentre Big Hero 6 si portava a casa l'Oscar per il miglior film d'animazione 2015, un piccolo lungometraggio irlandese se ne stava zitto zitto ad affrontare la sconfitta in mezzo a tanti illustri contendenti: diretto da Tom Moore, Song of The Sea attinge dritto dal folklore irlandese per raccontare la storia di Saoirse, una bambina di cinque anni orfana di madre che vive su un'isola in compagnia del padre affranto e del fratello Ben, geloso della sorellina e deciso a darle la colpa della scomparsa della madre; la situazione cambierà drasticamente quando in occasione del suo quinto compleanno Saoirse scoprirà di essere una Selkie, mitologia creatura marina dai magici poteri.

Circondati come siamo dall'animazione in CGI, un film come quello realizzato da Tom Moore è una vera benedizione: Song of The Sea è un gioiello dai disegni tenui e delicatissimi, acquerello blu e azzurrino intrecciato a un arabesque di disegni tratteggiati con mano dolce ma allo stesso tempo complessi e curatissimi, con scenografie fantastiche e fondali marini di rara ricchezza e bellezza.

Il cuore della storia, piena di succosi richiami mitologici e commovente per il garbo e la tenerezza con cui gestisce i rapporti fra i personaggi, vive della magia semplice e unica che solo le favole della buona notte possiedono: non poteva essere da meno la colonna sonora firmata da Bruno Coulais (l'uomo responsabile del bellissimo ost di Coraline), in grado di intervallare sonorità tipicamente irlandesi fra percussioni, cornamuse e Whistle alla fine e suggestiva ninna nanna cantata da Lisa Hannigan(in inglese e in gaelico, giusto per aumentare la nostra dose di lacrimoni e aggiungere ancora più atmosfera), pronta a cullarci dolcemente e ad accompagnarci verso luoghi misteriosi e incantati con cui l'infanzia non ha mai paura di confrontarsi.


martedì 1 dicembre 2015

Suffragette


"Never Surrender, never give up The Fight."

Mogli, figlie, madri, lavoratrici, casalinghe: sempre dietro a un'etichetta, un ruolo da interpretare nel migliore dei modi possibili, di epoca in epoca e di progresso in progresso, nella triste consapevolezza che il peso della scelta non sarà mai lieve: perchè alla donna verrà sempre chiesto di scegliere, di frammentare il proprio tempo di fronte a un bivio pronto a testarne costantemente volontà e ambizione, di provare ad avere tutto inghiottendo il boccone amaro del sacrificio o restare ben piantata su un unico e pur ripido sentiero, di pesare il peso trascorso lontano dal marito e dai figli con un lavoro degno di essere chiamato tale o dedicarsi interamente a una carriera che la veda concorrere con opportunità pari per mansioni e retribuzione a quelle di un qualsiasi uomo, di avere 2, 3, 10 figli o di non averne affatto senza doversi giustificare sul cosa significhi o non significhi essere donna; se nulla ha potuto e mai potrà la Storia contro lo strazio della scelta e le sue conseguenze, è piuttosto il diritto stesso di scegliere, la libertà di essere padrone della propria esistenza come esseri umani e non in qualità di fattrici provette o figurini ubbidienti, di essere amate e non mercificate da doti cospicue o misere fortune, ad essere la conquista più sacra e preziosa alla quale ogni donna possa aspirare.

Vecchio di neanche un secolo per la maggior parte dei paesi occidentali e ancora un'utopia per tantissime, troppe donne nel mondo, il suffragio universale è solo uno dei tanti successi strappati con le unghie e con i denti ad una piramide sociale retta da secoli e secoli di compiacente cecità e polvere, ma ingombrante quanto basta per scoperchiare il vaso di Pandora di un Femminismo per cui oggi sembra più facile riempirsi la bocca su internet piuttosto che cercare di comprendere e agire;  per tornare alle origini e raccontare la lotta delle donne per la conquista del diritto di voto nell'Inghilterra del primo 900', la regista Sarah Gavron ha scelto col suo Suffragette la via della sorellanza senza quartiere, affiancando la sceneggiatura di Abi Morgan (per nulla nuova ai ritratti di donne inaffondabili dopo la serie tv The Hour, The Invisible Woman e The Iron Lady)a un team di Attrici di primo ordine pronte a incarnare volti di ogni estrazione, pronte a minare i binari delle loro tranquille esistenze in nome di un obiettivo divenuto troppo importante per poter essere messo a tacere.

lunedì 29 dicembre 2014

Original Soundtrack: dall'ost al film e ritorno II


Qual è la prima cosa che fate subito dopo aver visto un bel film? Discuterne coi compagni di visione è importante, prendere appunti nel caso ci fosse l'opportunità di scrivere una recensione è fondamentale, condividere un breve giudizio sui social network è ormai una prassi tanto sana (?) quanto imprescindibile,  ma per la sottoscritta c'è un'unica sana vecchia abitudine senza la quale l'esperienza cinematografica non potrebbe mai dirsi davvero conclusa: recuperare e ascoltare la colonna sonora del film, passare giorni e giorni immersa nell'atmosfera di una canzone o di un tema e prolungare il più possibile l'esperienza di visione è uno dei piccoli piaceri della vita a cui non potrei mai rinunciare.

Si dice che non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina, ma scegliere un film partendo dalla sua colonna sonora è interessante: inciampi per caso in un titolo mai sentito, lasci che sia l'orchestra a fare la miglior promozione possibile e ti convinci che quel film lì, pur con la sua chilometrica lista di riserve, merita comunque un tentativo.

Spesso e volentieri tutto finisce bene, altre volte tu e la musica decidete di restare amici a patto che il suo film non osi mostrare mai più la sua faccia in pubblico; avevo promesso che sarebbe diventata una rubrica fissa ed eccoci qui, con un'altra pagina musicocinematografica tutta da gustare dedicata ad alcuni titoli che ho magicamente scoperto (o riscoperto) dopo averne ascoltato la colonna sonora. Ready? Let's start The Music!


Tracks


Da I Diari della Motocicletta a Into The Wild, ho sempre avuto un debole per le pellicole di viaggio che cercano fra una splendida cartolina e l'altra di andare oltre e cambiarti dentro, lasciandoti un po' di amarezza per ogni traversata impossibile a lungo sognata e non ancora intrapresa.

Nel caso di Tracks, ultimo lavoro dello spesso fedifrago (leggi "regista specializzato in film sull'adulterio) John Curran, lo spunto è tanto autentico quanto inusuale: la decisione della venticinquenne australiana Robyn Davidson di attraversare il Deserto dell'Outback fino all'Oceano Indiano a piedi e con la sola compagnia del suo adorato cane e di quattro cammelli sarebbe stata uno spunto perfetto per una canonica storia di esplorazione e arricchimento, ma con buona pace dei libri di Chris McCandless e del quaderno d'appunti di Che Guevara Robyn si butta nella difficile e pericolosissima impresa senza sapere bene che cosa cercare, annaspando alla cieca contro una vita che la vede costantemente incapace di studiare o trovarsi un lavoro stabile; il bisogno di portare a termine qualcosa, unito alla speranza di poter approfittare della straordinaria circostanza per mettere finalmente a fuoco un'identità disorientata dalla morte della madre e dall'abbandono del padre, viene portato avanti con determinazione dalla ragazza, complice l'insofferenza verso i vezzi dei coetanei e il rifiuto per le squilibrate basi colonialiste che hanno fondato il suo Paese(siamo nel 1977), ma anche con una notevole dose d'incoscienza giovanile sintetizzata al meglio da quel purissimo "perchè no?" sbattuto in faccia a tutti coloro che le chiedono il perchè del suo viaggio. 

A scortare occasionalmente la "Signora dei Cammelli"(una Mia Wasikowska misantropa e antipatica quanto basta) troviamo un simpatico fotografo(Adam Driver), a differenza della protagonista devoto alla sua professione e sicuro del proprio posto nel mondo; presenza costante quasi quanto i panorami mozzafiato dell'Australia più arida, sacra e incontaminata è invece la colonna sonora di Gareth Edwards, poco incline a lasciare che la pellicola resti immersa nel silenzio della natura e parecchio insistente anche nei momenti di maggiore contemplazione: un onnipresenza che potrebbe sembrare fastidiosa, ma che come nel recente caso di Life of Pi riesce nonostante tutto ad accompagnare la protagonista nel suo peregrinare con notevoli picchi di grazia e suggestione, alternando melodie tribali e "afose" con ballate più intraprendenti, soffici e malinconiche, pronte a raccontare la solitudine come un ossimoro di pace e dolore racchiuso in poche, singole note sospese sulla tastiera del pianoforte o sulle corde del basso.



The Painted Veil


Secondo appuntamento di questo post con John Curran e perfettamente inserito nel filone "fedifrago" del regista (vedi sopra), The Painted Veil arriva nel 2006 per portare sul grande schermo l'omonimo romanzo di William Somerset Waughan e dare nuova vita ai personaggi di Kitty e Walter Fane, giovane compia sposatasi in tutta fretta più per onorare le convenzioni sociali che il vero amore, fiondatasi nel bel mezzo di un'epidemia di Colera nella Cina degli anni 20' un po' per cercare di rigenerare un rapporto incrinato dal tradimento di lei e un po' per puro e semplice desiderio di vendetta; vanesia, superficiale e del tutto estranea al suo cuore, Kitty ha il volto di porcellana di Naomi Watts, alle prese con l'ingrato compito di gestire il ruolo che fu di Greta Garbo nel 1934; al suo fianco, un Edward Norton dolce e affidabile ma altrettanto duro, distaccato e crudele una volta messo alle strette dal tradimento della moglie.

Abbattere il muro fra i due, eretto dalla menzogna e dall'incapacità di ascoltarsi e comprendersi davvero smettendo di farsi del male a vicenda richiederà sacrificio e sofferenza, ma la soglia dell'autodistruzione così insistentemente sfiorata domanderà il suo prezzo senza sconti lasciando dietro di sé una lunga scia di lacrime e rimpianti; arricchito oltre che dalle interpretazioni dei protagonisti anche dagli splendidi costumi e dai netti contrasti fra il sudore fetido e soffocante delle scene di povertà e malattia e il verde intensissimo dei fiumi e degli spazi aperti, quest'intenso melodramma all'antica non poteva che trarre beneficio dall'opera di Alexandre Desplat, all'epoca non ancora benedetto dalla fama internazionale ma già autore di diverse colonne sonore di pregio: intrisa di misteriose e mistiche atmosfere orientali, l'ost canta della Cina e dei suoi mille volti a partire dal tema di apertura "The Painted Veil", frenetico e vibrante come un'affollata giornata di mercato nel centro di Shanghai, ma triste e oscillante come i sentimenti iniziali dei due novelli sposi.

Non mancano pezzi classici riconoscibili e ben inseriti nel contesto dell'epoca (frequente l'uso dello Gnossienne n 1 di Erik Satie) ma a fare la differenza sono ancora pezzi originali dell'artista francese come lo straordinario "The Water Wheel", infinito, zampillante e fresco come l'acqua della fonte che fa simbolicamente rinascere l'amore fra Kitty e Walter, o l'angosciante e spettrale "Cholera", il minaccioso tema che accompagna l'incedere e il manifestarsi di un male mortale e spaventoso; ad oggi, ancora una delle migliori colonne sonore mai partorite dal genio di Desplat.



Belle


Se il 2014 verrà ricordato (dovunque tranne che in Italia, considerando il solito slittamento delle date di uscita che colpisce i titoli degli Oscar dalle nostre parti) come un anno luminosissimo per i film a sfondo matematico/scientifico (Interstellar, The Imitation Game, The Theory of Everything), non c'è dubbio che il 2013 abbia consacrato sé stesso al tema della Schiavitù; dai fasti delle premiazioni di Twelve Years a Slave al gustoso cut tarantiniano di Django Unchained e passando per la convenzionale e un po' esangue delusione di The Butler, c'è però un film che tutti o quasi hanno dimenticato di menzionare e che invece rientra perfettamente nella classifica: arrivato in punta di piedi nell'estate 2014, Belle non ha nulla da invidiare ai suoi prestigiosi colleghi, riuscendo a piegare le rigide regole del period drama alle esigenze di una storia vera incredibile e affascinante (rivelatasi, fra le altre cose, la vera ispirazione dietro a Mansfield Park di Jane Austen) e a raccontarla con sincerità e trasporto.

D'altronde, considerando gli standard del diciottesimo secolo la famiglia di Lord e Lady Mansfield (Tom Wilkinson e Emily Watson)non potrebbe essere più inusuale: non avendo figli propri e condividendo la grande dimora di Kenwood House (nell'odierno parco di Hampstead Heath, fuori Londra) solo con una parente nubile, i due hanno accettato non senza diverse riserve iniziali di allevare sotto la loro custodia le nipoti Elizabeth(Sarah Gadon), biondissima figlia di primo letto di un nobile che l'ha abbandonata senza alcuna dote, e Dido Elizabeth Belle(Gugu Mbatha-Raw), una mulatta nata dalla relazione fra una schiava di colore e un capitano della marina nipote di Lord Mansfield, che viene ambita dai pretendenti a ragione della ricchezza lasciatale dal padre e allo stesso tempo respinta per il colore della sua pelle. 
Pur potendo contare sull'affetto indiscusso dei genitori adottivi e della cugina Dido soffrirà immensamente per la sua singolare posizione, ma fra proposte di matrimonio insincere e crudeli attacchi razzisti, a fare la differenza sarà una causa giudiziaria contro una nave negriera e l'amore di un povero avvocato, determinato a cambiare il mondo come pochi altri fortunati nel suo tempo. 

Paradosso dopo paradosso, Belle (conosciuto in Italia come La Ragazza del Dipinto per il quadro, ancora appeso fino al secolo scorso a Kenwood, che vede raffigurate Dido ed Elizabeth come due eguali e senza alcuna sottomissione della prima alla seconda) affronta le ipocrisie dell'Inghilterra Georgiana con solida raffinatezza e non rinuncia a lasciarsi andare a un pianto liberatorio nelle scene di maggiore dolcezza e mai celato idealismo: in accordo alla firma inconfondibile della sua creatrice, la soundtrack di Rachel Portman preferisce come di consueto la limpidezza al virtuosismo, ma pochi artisti riescono a comporre arie in grado di ispirare tanta luce, speranza e rassicurazione come la cara vecchia Rachel.



The Emperor's New Clothes


Provate a googlare The Emperor's New Clothes( in Italia I Vestiti Nuovi dell'Imperatore) e non lo troverete, o almeno non senza aver prima dribblato fra mille difficoltà una serie infinita di titoli omonimi: diretta in tempi non sospetti dallo stesso Alan Taylor che oggi associamo con facilità alla Battaglia delle Acque Nere di Game of Thrones e a Thor - The Dark World, questa pacifica commedia del 2001 di ambientazione francese ma dal tocco molto british ( le riprese sono avvenute per lo più a Torino, giusto per completare il mash-up) immagina la fuga di Napoleone da Sant'Elena e il suo ritorno in Francia sotto mentite spoglie, nell'attesa di riorganizzare le truppe e riconquistare il potere.

Il piano andrà ovviamente a monte a causa di numerosi imprevisti, primo fra tutti un sosia scomodo e rozzo che si rifiuterà di recitare a dovere la sua parte a Sant'Elena per coprire l'Imperatore; in compenso, le circostanze avverse porteranno il nostro protagonista a fare i conti con i lati più oscuri della sua brama di potere e a mettere da parte l'orgoglio per amore di Pumpkin, una dolce venditrice di meloni stanca di vivere in solitudine.

Grazie a una sceneggiatura di ferro, al lavoro di un Ian Holm impeccabile alla sua terza volta in vesti imperiali e a un cast di volti all'epoca sconosciuti fra cinema e televisione(ci sono i giovanissimi Hugh Bonneville, Eddie Marsaan e Russell Tovey), il film affronta la figura di Napoleone con la giusta dose di humour e leggerezza senza però dimenticare di attaccare con precisione il grande ego del Generale, tanto ingombrante e insaziabile da sfiorare la follia, e lo spreco di vite umane consumatosi in suo nome.

Che colonna sonora scegliere per accompagnare degnamente questo film? Il lavoro di Rachel Portman (hello again!) parte da una marcia trionfale per il decaduto Napoleone e prosegue col suo classico approccio fresco e malinconico fino a raggiungere la vetta nella buffa e adorabile marcetta che accompagna la giornata di lavoro di Pumpkin e degli altri fruttivendoli della zona, organizzati da Napoleone in tattici schieramenti per affrontare al meglio la loro personalissima battaglia.



The Wind Rises



Dicono che scoprire Miyazaky da bambini sia una fortuna e avendo seguito da piccola quella meraviglia di Conan Ragazzo del futuro non posso che concordare: dopo aver perso di vista per diversi anni il lavoro del Maestro, ho iniziato un recupero compulsivo in tempi recenti scoprendo però con mia grande sorpresa di preferire titoli "minori"(se minori si possono definire) come Laputa - Castello nel Cielo e Ponyo sulla scogliera a capolavori conclamati come La Città Incantata e il Castello Errante di Howl.

Pur conservando elementi surreali e favolistici, il lavoro che segna il congedo definitivo di Miyazaki dall'animazione è bel lontano dalle ambientazioni fantastiche che avevano caratterizzato il resto della sua produttiva e luminosa carriera: The Wind Rises (si alza il vento) parte dalla realtà per raccontare la storia vera di Jirō Horikoshi, ingegnere aeronautico che progettò diversi iconici velivoli usati dall'aviazione giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale; uno spunto spinoso e scomodo, che il Maestro gestisce con tatto e destrezza ponendo l'accento sul desiderio di Jirō di realizzare il suo sogno di volare progettando meravigliosi aeroplani, al di là dell'uso bellico a cui questi vennero in fine destinati e compatibilmente con un progresso che solo l'avvento della Guerra ha reso tragicamente possibile.

Una storia che vola alto grazie alla poesia di Miyazaki, pronta a spendersi in una dichiarazione d'amore ricchissima di dettagli realistici (ho trovato straordinario che i protagonisti consumassero sigarette con naturalezza e senza problemi di politically correct) verso un Paese di magiche tradizioni e rigide gerarchie, ma altrettanto impegnata nella romantica visione di un' eterea fanciulla dai capelli blu che si fa spirito e simbolo di una vita degna di essere vissuta in ogni suo singolo istante.
Perchè si alza il vento e bisogna dunque vivere, assecondando la dolce meraviglia di un sogno d'acquerello che il film ci lascia afferrare anche grazie alla colonna sonora del fedele Joe Hisaishi: mandolini e pizzicati dal sapore tutto italiano( Jiro è un grande ammiratore dell' Ingegnere Giovanni Battista Caproni e condivide spesso con lui i suoi sogni) si uniscono all'orchestra restituendo un'atmosfera d'altri tempi che ricorda alcuni lavori di Nicola Piovani ed Ennio Morricone, senza rinunciare a motivi malinconici e dolci come il tema per la sposa immaginaria di Jirō, Nahoko.


lunedì 22 settembre 2014

Original Soundtrack: dall'ost al film e ritorno


Qual è la prima cosa che fate subito dopo aver visto un bel film? Discuterne coi compagni di visione è importante, prendere appunti nel caso ci fosse l'opportunità di scrivere una recensione è fondamentale, condividere un breve giudizio sui social network è ormai una prassi tanto sana (?) quanto imprescindibile,  ma per la sottoscritta c'è un'unica sana vecchia abitudine senza la quale l'esperienza cinematografica non potrebbe mai dirsi davvero conclusa: recuperare e ascoltare la colonna sonora del film, passare giorni e giorni immersa nell'atmosfera di una canzone o di un tema e prolungare il più possibile l'esperienza di visione è uno dei piccoli piaceri della vita a cui non potrei mai rinunciare.

Si dice che non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina, ma scegliere un film partendo dalla sua colonna sonora è interessante: inciampi per caso in un titolo mai sentito, lasci che sia l'orchestra a fare la miglior promozione possibile e ti convinci che quel film lì, pur con la sua chilometrica lista di riserve, merita comunque un tentativo.

Spesso e volentieri tutto finisce bene, altre volte tu e la musica decidete di restare amici a patto che il suo film non osi mostrare mai più la sua faccia in pubblico: sperando, tempo permettendo, di poter trasformare questo spazio in una rubrica classificosa di quelle che piacciono tanto a noi e all'internet, ecco quindi alcuni recenti casi di febbre da colonna sonora che ho avuto la fortuna (o la sfortuna) di incrociare negli ultimi mesi:

The Grand Budapest Hotel


Wes Anderson (confondetelo con Paul Thomas Anderson e Paul W.S. Anderson e vi beccherete un tacco 12 in piena faccia) è considerato dai più un'istituzione, ma pur apprezzandolo molto non ho mai sentito un attaccamento profondo per la sua filmografia, soprattutto dopo la parziale delusione per l'osannatissimo Moonrise Kingdom: in un cinema di geometrie popolato da personaggi dai tratti meccanici e caricati lo spettacolo è allestito con ricchezza di dettagli e assoluta devozione, ma non abbastanza da fare scattare nella sottoscritta quella scintilla che rende il nome del regista garanzia di autentica meraviglia.

A trascinarmi nella visione di The Grand Budapest Hotel è stata invece, e direi per fortuna, la colonna sonora di Alexandre Desplat: pur puntando su schemi piuttosto fedeli alla migliore tradizione del compositore francese, la partitura per l'ultimo film di Anderson intreccia pezzi classici a una tela di yodel, balalaike e marcette che rende al meglio l'atmosfera scoppiettante e pittoresca della sua opera.

Con i loro rosa e verdi i saloni del Grand Budapest raccontano il garbo di una Mitteleuropa vivace e ormai perduta, divertendosi in un delizioso gioco di incastri guidato da un istrionico Ralph Fiennes ( erano anni che non si vedeva al suo meglio) e venato da una dolce e finissima malinconia: un cuore delicato, custodito da Saoirse Ronan nella perfezione di un pasticcino, che mi ha fatto innamorare del film all'istante.


Bel Ami



Fine specialista del Period Drama ( il Premio Oscar per la colonna sonora di Emma è stato suo nel 1996), Per il Bel Ami con Robert Pattinson Rachel Portman ha scritto un tema energico e rabbioso le cui repentine scale sembrano accordarsi perfettamente all'orgoglio e alla vanità di George Duroy: peccato che questa sia una delle poche cose da salvare in un lungometraggio sbiadito e poco ispirato che spegne gran parte del suo entusiasmo grazie alla mancanza di carisma nel suo protagonista.

L'ultima volta che ho azzardato una critica al talento artistico del giovane Robert mi sono beccata una caterva di insulti e l'accusa di avere col ragazzo un vero e proprio problema personale: credetemi, non c'è nessuna questione in sospeso fra me e Mr Pattinson, si vede che si sforza tantissimo e ce la mette tutta, ma accanto a una Kristin Scott Thomas stiracchiata e al botox di Uma Thurman la sua interpretazione viene insabbiata senza darci modo di comprendere come mai tutte le donne di Parigi finiscano per cadere rapidamente nella sua rete.

Non deve aver aiutato la regia a quattro mani dei registi teatrali Declan Donnellan e Nick Ormeron, piuttosto indecisi sul taglio da dare alla storia e poco a loro agio in una Parigi resa anonima dall'impossibilità di girare in location.
Rachel, il tuo lavoro è splendido come sempre, ma illudere il prossimo in questo modo sul film anche NO eh.


Like Crazy


Poche note che si cercano e si inseguono, saltellando malinconicamente sulla tastiera del piano e riuscendo a malapena a sfiorarsi: è stata la danza ipnotica di We Move Lightly, firmata dall'americano Dustin O' Halloran insieme all'intera colonna sonora, a portarmi verso Like Crazy.

Diretto da tale Drake Doremus, Like Crazy è il classico esempio di film Indie da Sundance Film Festival ( non per niente ha vinto il Gran Premio della Giuria all'edizione del 2011) realizzato a basso costo e costruito su un semplice intreccio sentimentale: i protagonisti sono l'americano Jacob e l'inglese Anna, interpretati da un finalmente adulto Anton Yelchin e da una bravissima ma all'epoca sconosciuta Felicity Jones, il cui amore viene messo a dura prova da una distanza divenuta improvvisamente inconciliabile a causa di una serie di decisioni ingenue, impulsive e sbagliate.

Uno sguardo onesto sulle difficoltà, esasperate dalla lontananza, che accompagnano i rapporti di coppia e inquietano anche le anime più affini, reso fresco e significativo dalle naturali interpretazioni degli attori( in un ruolo secondario c'è anche l'amata/odiata Jennifer Lawrence), i colori caldi dei tramonti sulla spiaggia e le limpide musiche di O' Halloran:  il finale sospeso e incerto in stile "Il Laureato" avrà fatto arrabbiare molti, ma per me è un tocco di classe.


Wonderland


La più grande scoperta cinematografica della mia estate 2014: maestro del minimalismo musicale, Michael Nyman è universalmente conosciuto e ricordato per la passionale e romantica colonna sonora del Lezioni di Piano di Jane Campion, ma in tempi non sospetti (per l'esattezza nel 1999) il suo nome è comparso sull'ost di un piccolo film di cui probabilmente quasi nessuno ricorda l'esistenza e che qui abbiamo scoperto per caso proprio navigando in una playlist a lui dedicata: diretto da Michael Winterbottom e presentato in concorso al Festival di Cannes, Wonderland segue i suoi personaggi nella meravigliosa e sempre splendida Londra offrendoci però un ritratto ben diverso da quello che potremmo trovare in una commedia di Richard Curtis; immensa, caotica e piena di contrasti la Capitale inghiotte e frammenta le vite dei suoi abitanti, abbandonandoli sul sentiero di un Paese delle Meraviglie che come nella nota opera di Lewis Carroll nasconde in realtà più pericoli che delizie.
Moltissima camera a mano e un approccio documentaristico rendono l'indagine di Winterbottom, portata a termine coi mezzi limitati di una produzione indipendente, ancora più affascinante: in sintonia col battito della pellicola, l'Ost di Nyman indulge e si infuria rivelando il disorientamento e la crisi dei personaggi e amplificandone la rassegnata disperazione, il timido bisogno di speranza e la catarsi del perdono.

Entro la notte del Guy Fawkes Day ( il 5 novembre) la storia delle 3 sorelle Debbie, Molly e Nadia si intreccia a quella di numerosi altri personaggi in un film collettivo che asseconda timidamente la moda del genere scatenatasi dopo il Magnolia di Paul Thomas Anderson: oltre a Gina McKee ( vista in The Borgias e recentemente a teatro con Richard III) a lasciare il segno è soprattutto John Simm( Doctor Who, The Village), nei panni di un giovane marito schiacciato da un lavoro monotono e terrorizzato da un'imminente paternità.



La Belle et La bête



Nell'era in cui le streghe cattive diventano le migliori amiche delle loro vittime principesse e i principi azzurri si rivelano i veri villain della storia, abbiamo ancora bisogno di fiabe raccontate in modo tradizionale e senza troppi colpi di scena? Probabilmente si, a patto di sedersi sulla poltrona in completo relax per lasciarsi risucchiare dentro un libro illustrato come quelli che da piccoli sfogliavano avidamente, proprio perché attirati dai colori delle immagini nascoste fra le pagine: diretta da Christophe Gans, l'ultima versione live action de La Bella e La Bestia vanta un colonna sonora non particolarmente ricca d'inventiva ( composta da Pierre Adenot), ma il suo carillon è romantico quanto basta per persuadere chi ascolta della bontà dell'operazione e convincerlo a procedere con la visione.

In una foresta incantata riprodotta con abbondante uso di CGI, le rovine di un castello e le rose che si intrecciano alle sue mura fanno da cornice ad un canovaccio che rinuncia ad ogni moderna implicazione o sottotesto, facendosi bastare una storia semplice e visivamente stuzzicante: con due protagonisti bellissimi come Lea Seydoux e Vincent Cassel ( ok, tecnicamente non bellissimo, ma estremamente attraente si), costumi appariscenti e dai colori brillanti che farebbero invidia a qualunque principessa e rallenty posizionati ad arte si ha spesso la sensazione di stare guardando un lungo spot natalizio di Dior o Chanel, ma essendo La Bele et La bête un film dall'estetica e dal sapore estremamente francese direi che l'effetto fa comunque la sua parte senza disturbare troppo: chi ama i film che ti fanno brillare gli occhi grazie alle luci della messa in scena e all'amore che trionfa spezzando maledizioni e incantesimi sarà felice e contento, mentre tutti gli altri potranno tranquillamente optare per qualcos'altro e risparmiarsi penose sofferenze.


domenica 2 marzo 2014

Philomena



"Do You think I should do a human interest story?"

è il 1954 quando Anthony Lee atterra per la prima volta negli States insieme ai genitori adottivi: i suoi 3 anni, protetti solo da uno stretto cappottino e da un aereo giocattolo abbracciato gelosamente, dovrebbero essere troppo pochi per salvare intatta la memoria di quel giorno e per comprenderne a pieno il significato, ma lo sguardo del bambino sembra suggerire diversamente; serio, contrariato, quasi consapevole di aver dovuto rinunciare alla sua Irlanda e a una madre che gli sarebbe mancata per il resto della vita il piccolo Anthony è rimasto lì, prigioniero per quasi cinquant'anni di quella fotografia in bianco e nero scattatagli all'arrivo in aeroporto, nell'attesa che il libro scritto dall'ex giornalista della BBC Martin Sixsmith (The Lost Child of Philomena Lee, pubblicato nel 2009) raccontasse finalmente la sua storia.

Il racconto di come Anthony Lee sia diventato Michael Hess e di come Philomena, la mamma diciannovenne che l'aveva perso per colpa di un collaudato sistema di adozioni gestito da una chiesa cattolica bigotta e intollerante, sia riuscita a mettersi sulle sue tracce aveva un potenziale drammatico tanto elevato da rendere auspicabile una trasposizione cinematografica, ma senza una regia dalla mano ferma e una sceneggiatura ben calibrata forse avremmo avuto soltanto un'altra storia strappalacrime perfetta per un passaggio televisivo pomeridiano: diretto da Stephen Frears e scritto da Steve Coogan e Jeff Pope Philomena prende le distanze dalla categoria giocandosi la carta dell'emotività con aplomb tipicamente british, grazie a uno script capace di toccare le corde giuste dosando con cura il tasso zuccherino.

lunedì 4 marzo 2013

Zero Dark Thirty




"I'm the motherfucker that found this place, sir. "


Eravamo tutti lì, quell'11 settembre di 12 anni fa, quando una tranquilla e anonima giornata di fine estate si è trasformata in una delle date più nere del nostro tempo: soli e sconvolti davanti al televisore abbiamo visto le Torri Gemelle sgretolarsi e polverizzare ogni certezza, costretti a riconoscere nel mondo un luogo ostile dove nessuno può mai dirsi veramente al sicuro e il dubbio e il sospetto sono fedeli compagni di viaggio.

Di quelle scene scolpite con tanta ferocia nella mente e nel cuore del pianeta Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow sembra non avere più bisogno: eliminato ogni rischio di retorica o ennesima contemplazione del dolore, a marcare il momento in cui tutto è iniziato è sufficiente uno schermo nero animato dalle voci delle vittime che hanno affidato a una telefonata il proprio testamento, condannate ad attendere senza pace che qualcuno abbia una risposta che metta fine alla loro agonia.

Kathryn Bigelow non è certo una regista che ci va leggera: la notizia che l'ex Signora Cameron volesse tornata a collaborare con lo sceneggiatore e giornalista Mark Boal per portare sul grande schermo la caccia a Osama Bin Laden dopo aver fatto incetta di statuette con The Hurt Locker, intenso quanto sopravvalutato acconto sulle vite di un gruppo di artificieri in missione in Iraq non ci aveva destato particolare sorpresa, ma porsi delle domande sulla genuinità dell'operazione era pressoché inevitabile: era davvero necessario realizzare un film su un evento tanto recente e delicato col beneficio del dubbio che, a dispetto delle numerose voci su possibili talpe e fughe di notizie per fornire il materiale di sceneggiatura, non tutti i dossier sulla vicenda siano già stati declassificati dall'Intelligence? In conclusione, quanto possiamo fidarci della versione ufficiale offerta al pubblico dalla Bigelow e dal suo team? Probabilmente molto poco, ma dato che questa non è la sede per un'indagine federale e l'artificio della finzione è un ingrediente a cui solo il documentario deve necessariamente rinunciare, la cosa importante è assecondare una storia degna di essere raccontata trasformandola in grande cinema e Zero Dark Thirty è grande cinema, di quello maestoso, dolente e bellissimo che non ti aspetti e che ti resta addosso, polveroso e scomodo come la sabbia nel deserto.

giovedì 21 luglio 2011

Harry Potter and the Deathly Hallows: part 2


"Do not pity the dead, Harry. Pity the living and above all, those who live without love."

10 anni possono sembrare un'eternità, finché non ti accorgi che sono volati via in soffio portandosi via gioie,  dolori e memorie di un periodo che sembrava infinito e invece come tutte le cose era destinato a finire. Per me, nel puzzle di ricordi che rimane è impossibile non riservare un piccolo ma importante posto anche alla saga di Harry Potter: perché avevo solo 14 anni quando sono rimasta incantata dal film al punto tale da voler leggere subito il primo libro, perché era assolutamente normale che le gelatine fossero tutti i gusti più uno e le scale amassero cambiare, perché una volta ho pensato di citare una frase di Silente in un tema lasciando il prof d'italiano molto colpito, perché era bello analizzare ogni dettaglio dei romanzi con un'amica che oggi non c'è più, perché ogni volta che qualcuno mi diceva che dovevo mettere i piedi per terra potevo scegliere di ignorarlo e di rifugiarmi in una nuova storia sempre più ricca e straordinaria, mi è impossibile guardare indietro e non trovare Harry sulla mia strada. Adesso, dopo 7 libri e 8 film la storia è davvero finita e la sensazione è quella di aver dovuto dire addio a un caro amico e insieme a lui, a una parte della mia infanzia.
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