

L'infinito, il silenzio, il buio: lo spazio è la trinità ambigua e affascinante che conquista l'uomo con la promessa di un limbo senza peso, lontano abbastanza da sfuggire a ogni dolore, sofferenza o rimpianto lasciato indietro sulla Terra; unico signore in un universo estraneo e ostile, anche l'astronauta più esperto sa però molto bene che il privilegio di osservare con gli occhi di Dio l'accecante perfezione del cosmo potrebbe domandare il suo prezzo in qualsiasi momento, complice anche la più piccola e insignificante delle distrazioni.
Navi spaziali alla deriva e astronauti smarriti atterrano abitualmente sul grande schermo per angosciarci e intimidirci, ma poche pellicole hanno saputo piegare le regole del genere al racconto di un'Odissea tanto intima e umana come
Gravity di
Alfonso Cuaron: senza scene catastrofiche troppo eclatanti e con 2 soli attori sulla scena nei panni degli astronauti Ryan Stone e Matt Kowalski, il regista messicano investe tutte le sue energie nel ricreare con cura una dimensione capace di alternare la pace dei sensi al brivido di paura più lacerante, iniettando nella tuta spaziale tutta la forza e la disperazione di una lotta per la sopravvivenza contro i propri demoni decisamente più poetica e interiore che fragorosamente spettacolare e hollywoodiana.