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mercoledì 6 marzo 2019

Green Book




Green Book era il film perfetto per portarsi a casa la statuetta e non a torto: un ottimo compromesso fra impegno e intrattenimento, americano nel profondo nel saper essere severo con la storia della sua Nazione quanto affettuoso con coloro che hanno contribuito a forgiarne il cuore più ottimista e generoso, gli anni 60' che già avevano portato fortuna a Guillermo Del Toro l'anno scorso e che tornano prepotenti con il loro sgargiante spettro di colori, eleganza, sonorità e contraddizioni.

Si attraversa l'America della segregazione (sull'itinerario c'è anche Jackson, l'infame città di The Help), stereotipi culturali e razziali si scontrano e si rovesciano a contatto con l'italianità sfacciata e spassosissima di Viggo Mortensen (a cui come italiota non avremmo dato 2 lire, e invece), si resta commossi e ammirati dalla compostezza dolorosa di Mahershala Ali il cui Oscar non può non dirsi meritatissimo.

Un road movie di 130 minuti che sfrecciano via leggeri leggeri, di quelli che ti fanno bene mescolando risate e riflessioni a brevissima distanza e ti fanno viaggiare lontano, per poi riportarti a casa al calore del cuore che si, un po' retorico lo è, ma ne hai lo stesso un gran bisogno, e soprattutto la storia di un'amicizia maschile con due protagonisti agli antipodi che imparano a rispettarsi e comprendersi e che pur non dicendo nulla di nuovo funziona benissimo così.

Ok, la pasta con le vongole era visibilmente scotta, ma ti mette addosso così tanta voglia di pollo fritto del Kentucky Fried Chicken che vabbè, per stavolta passi.

martedì 13 marzo 2018

The Shape of Water


"Unable to perceive the shape of You, I find You all around me. Your presence fills my eyes with Your love, It humbles my heart, For You are everywhere..."

"Tale as old as time" cantava la canzone di Alan Menken mentre la Bella e la Bestia volteggiavano nel salone da ballo vestiti di tutto punto, decorosamente abbottonati nei loro dorati abiti finto settecenteschi: il mito della bella fanciulla innamorata di una creatura mostruosa è vecchio come il tempo e impresso nella carne dell'uomo quanto nella sua immaginazione e fantasia, forte nella consolazione dell'idea che l'amore possa prescindere dall'aspetto esteriore in nome di un oltre che anche il più cinico e disilluso non può fare a meno di bramare, nel silenzio delle notti in cui nessuno potrà mai disturbare o criticare i suoi desideri più segreti.

Un mito che non ci stanca mai e dribbla facilmente il sapore di già visto e già sentito e che ci regala un sollievo sempreverde, ma ha anche bisogno di nuova linfa per riuscire a emozionare davvero e non stagnare in una mera resurrezione del canonico, vivido e magico come lo è sempre stato sin dalle prime immagini che ci hanno trovato nell'infanzia: fra le mani di Guillermo Del Toro, guardiano di tante creature mostruose, fantasmi, freaks reietti e incompresi da un mondo che sa essere più gore e spaventoso di loro stessi, il rispetto per la diversità dei personaggi e l'importanza del messaggio sono rispettati alla lettera e non solo in The Shape of Water ( in Italia La Forma dell'Acqua), favola moderna che contrappone il suo cuore ai verdognoli Stati Uniti dei primi anni 60' e di una Guerra Fredda le cui dinamiche risultano a volte tanto assurde da sfiorare l'ilarità involontaria.

sabato 17 febbraio 2018

Three Billboards outside Ebbing, Missouri


"Because through love comes calm, and through calm comes thought. And you need thought to detect stuff sometimes, Jason. It's kinda all you need. You don't even need a gun. And you definitely don't need hate. Hate never solved nothing, but calm did. And thought did. Try it. Try it just for a change. No one'll think you're gay. And if they do, arrest 'em for homophobia! Won't they be surprised! Good luck to you, Jason. You're a decent man, and yeah you've had a run of bad luck, but things are gonna change for you. I can feel it."

Benvenuti a Ebbing, Missouri! Se avete deciso di intraprendere un viaggio on the road per conoscere gli States senza lasciarvi distrarre dal caos brulicante delle città della costa Est, Ebbing è certamente il posto che fa per voi: come resistere a questo delizioso centro abitato dove la vita scorre sempre uguale da generazioni, le casette di legno stanno piantate nel bel mezzo del nulla e non si vede un'anima per miglia a meno che non si sia persa imbucando la statale sbagliata, un luogo ameno dove conigli, scoiattoli e cerbiatti scorrazzano felicemente finchè qualcuno non li ammazza e li trasforma in stufato o bistecca (c'è anche un fornitissimo negozio di souvenir, se volete portarvi via qualche ricordino), mentre gli abitanti si dibattono come animali in gabbia lottando ogni giorno per non impazzire, laddove abbiano avuto la sfortuna di non riuscire ad andarsene, preparandosi a convivere con la spenta desolazione e di ciò che li circonda e che sono diventati per tutto il resto delle loro vite aggrappandosi a qualunque pezzo di felicità disponibile.

Un ritratto decisamente poco idilliaco quello di Three Billboards outside Ebbing Missouri (Tre Manifesti a Ebbing, Missouri), ultima fatica di Martin McDonagh dopo i fasti dell'incredibile In Bruges e Seven Psychopaths, ironico e crudele al punto da strizzare un sorriso fra i denti anche quando non sembrerebbe corretto (aiutato dai contrasti della sempre splendida colonna sonora di Carter Burwell), ma autentico fino in fondo e disposto a mettere le carte in tavola senza zuccherare una realtà che ci fa sempre bene dimenticare: è questo il volto della vera America, il paese che ha votato Trump convinto che avrebbe finalmente dato voce alle sue pretese razziste e bigotte, figlie di un isolamento agorafobico che cresce bene cullato da lande sterminate e vuoti esistenziali.

domenica 5 marzo 2017

Arrival


"Despite knowing the journey and where it leads... I embrace it. And I welcome every moment of it."


Una finestra di pace che guarda sul mare, incorniciata su un tramonto azzurro con l'acqua che tutto lava e tutto ritorna, una bambina che nasce e che cresce imparando ad amare il mondo e la vita che ha ricevuto, sotto gli occhi felici della mamma che non l'avrebbe mai lasciata: più che ai classici della fantascienza, le prime immagini di Arrival di Denis Villeneuve sembrano guardare a La Sottile Linea Rossa e The Tree of Life di Terrence Malick, decodificandone la struggente bellezza visiva in un film che ne raccoglie il messaggio con straordinaria sincerità e candore, ma senza inciampare nella trappola di autocompiacimento di cui soffrono meccanismi autoriali ormai consolidati.

venerdì 3 marzo 2017

La La Land



"...And here’s to the fools
who dream
Crazy, as they may seem
Here’s to the hearts that break
Here’s to the mess we make."

La cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare, ma non al prezzo di un sogno troppo grande per rischiare di rimanere chiuso nel cassetto: i versi di Nature Boy che erano divenuti il motto del Moulin Rouge di Baz Lurhmann avrebbero potuto trovare terreno fertile anche in La La Land di Damien Chazelle, seconda prova di pregio del trentaduenne regista dopo Whiplash e film musicale nel genere quanto nell'ambientazione, se solo non fosse stato lontano anni luce dalla riproduzione di un archetipo che ponesse le basi per una romantica e appassionata fantasia d'amore come era invece accaduto nel film di Lurhmann; torna prepotente piuttosto il tema della prioritaria realizzazione delle proprie ambizioni, parecchio caro a Chazelle per ragioni che non escludiamo essere prettamente autobiografiche, rivestito di un approccio di cuore più soft che lascia indietro gli schizzi di sudore e sangue rimasti sulla batteria di Miles Teller ma non per questo rinuncia a spezzarci il cuore e a farci soffrire.

sabato 9 aprile 2016

Brooklyn



"You have to think like an American. You'll feel so homesick that you'll want to die, and there's nothing you can do about it apart from endure it. But you will, and it won't kill you. And one day, the sun will come out you might not even notice straight away-it'll be that faint. And then you'll catch yourself thinking about something or someone who has no connection with the past. Someone who's only yours. And you'll realize that this is where your life is."

Ancora gli anni 50', ancora una ragazza desiderosa di trovare la propria strada e di liberarsi della morsa di una società tutta occhi e orecchie, invecchiata malamente fra buon costume e ipocrisia: nella stessa epoca di Therese, vera protagonista dello splendido Carol di Todd Haynes, anche la giovane Eilis Lacey deve affrontare da sola la sfida di una vita imbarcandosi tutta sola sulla nave che la porterà in America, col ricordo della nativa Irlanda riposto al sicuro nel profondo dei suoi grandi occhi verdi insieme all'amore per una sorella maggiore devota da sempre alla sua felicità.

mercoledì 2 marzo 2016

Brie Larson, una nuova stella per il sogno americano


La magica notte di Leonardo DiCaprio, ma anche quella di Brie Larson: avvolta in un semplice e leggiadro abito blu navy impreziosito da una cintura di preziosi e da un'acconciatura sobria ma elegante, la radiosa protagonista di Room ha ritirato il suo primo Oscar da attrice protagonista, un riconoscimento giunto alla sua sua prima nomination e sin dall'inizio dato per scontato, ma non per questo meno meritato grazie alla straordinaria performance dell'attrice nei panni della giovane madre Joy Newsone.

domenica 28 febbraio 2016

The Revenant vs Steve Jobs: fra fiumi di parole e sovrumani silenzi, nel bel mezzo di un gelido inverno



"Qualsiasi racconto tradizionale di argomento religioso o eroico, nel quale i fatti e i personaggi, sia immaginari sia desunti dalla storia (ma soggetti in questo caso a un’amplificazione fantastica che altera il dato storico), sono in genere collegati con luoghi e tempi determinati": dritta dritta dalla Treccani, questa definizione di leggenda si mette ben volentieri a servizio del mezzo cinematografico e dei suoi snodabili strumenti per consacrare il racconto di due uomini le cui vite sono state unite sotto la corona d'alloro del mito anche se per ragioni completamente differenti; Hugh Glass, guida delle montagne il cui spirito è rimasto intrappolato fra i ghiacci di un America dimenticata da Dio e dall'umanità stessa, e Steve Jobs, stella del ventesimo secolo strappata via alla vita troppo presto per non diventare un'icona assoluta da venerare, pronto ad ispirare tanti giovani col suo stay hungry stay foolish e a tenere viva la fiamma del proprio estro con tutta l'energia e ostinazione di chi è certo di avere sempre la vittoria in tasca.

Interpretati sul grande schermo rispettivamente da Leonardo Di Caprio in The Revenant e da Michael Fassbender in Steve Jobs, i nostri due protagonisti sono talmente distanti e polari che accostarli sembrerebbe un azzardo troppo grande e insostenibile: eppure, lasciando da parte la corsa all'Oscar e il duello che vedrà probabilmente trionfare DiCaprio dopo anni di prese in giro e cocenti delusioni (nessuno degli altri candidati, Fassbender a parte, è davvero in grado di contrastarlo quest'anno nella corsa alla statuetta) è la stessa leggenda e la sua capacità di vivere attraverso il potere del racconto, orale e scritto prima, cinematografico poi, a trasfigurare le loro vite e a prestarle al grande schermo per una trasposizione che sappia rendere loro la giustizia che meritano, consegnando il proprio lascito alla clemenza della nostra memoria e alla naturale deformazione che l' immaginazione non può fare a meno di produrre.

martedì 12 gennaio 2016

Carol


"No other love can warm my heart
Now that I've known the comfort of your arms
No other love, oh the sweet contentment
That I find with you everytime, everytime

No other lips could want you more
For I was born to glory in your kiss, forever yours"

(No Other Love, Joe Stafford)

Chissà perché ci ostiniamo sempre a volerci innamorare d'estate: stiamo tutti lì a costruire romantiche fantasie per tramonti infuocati, indolenti giornate scottate e salmastre e lunghe passeggiate sotto cieli limpidi e stelle cadenti; chissà perché, quando avvolti in cappotti e cappelli a osservare le vite degli altri scorrere attraverso le finestre dei locali, coi guanti di pelle che ci stringono le dita mentre vorremmo che a farlo fosse qualcun altro e le luci natalizie che si accendono sulla via riempiendo anche solo per un istante il vuoto che ci siamo scavati dentro, il bisogno di calore che ci lascia soli sulle strade ghiacciate dell'inverno ci affama di una voglia d'amore ancora più testarda e irresistibile.

Di una passione invernale racconta Carol di Todd Haynes, fratello di sangue dello splendido Far From Heaven con Julianne Moore con cui condivide quegli anni 50' così impeccabili e infrangibili, dove le gonne a ruota e i cappellini coordinati si cucivano addosso alle donne con la stessa facilità del grembiule da cucina con cui ogni brava moglie doveva adoperarsi al meglio per accogliere a casa degnamente il proprio prezioso marito, un bel sorriso e poco altro a riempire una vita cristallina come una vetrina dei grandi magazzini; una vita perfetta, tutta casa, famiglia e buona società, che Carol Aird aveva provato ad avere recitando al meglio il ruolo che le era stato affidato, ma che alla fine non è più riuscita a trattenere oltre lo sguardo sfuggente di chi sa già cosa sta cercando disperatamente di trovare tra la folla: così arriva Therese, giovane commessa ancora inesperta del cuore ma capace di osservare con attenzione il mondo attraverso l'obiettivo della sua macchina fotografica, l'istante di un'occhiata rubato al caos dello shopping natalizio e i guanti di Carol dimenticati sul bancone e da dover restituire, l'opportunità di un nuovo incontro degna del più classico dei romanzi vittoriani.

mercoledì 21 gennaio 2015

The Imitation Game


“Are you paying attention?  Good.  If you’re not listening carefully, you will miss things.  Important things.  I will not pause, I will not repeat myself, and you will not interrupt me.  You think that because you’re sitting where you are and I am sitting where I am, that you are in control of what is about to happen.  You are mistaken.  I am in control.  Because I know things that you do not know.  What I need from you now is a commitment.  You will listen closely and you will not judge me until I am finished.  If you cannot commit to this, then please leave the room.  But if you choose to stay, remember that you chose to be here.  What happens from this moment forward is not my responsibility.  It’s yours.  Pay attention.”

Osannato da alcuni e bistrattato da altri, il biopic risponde a regole ben precise: per raccontare la vita di una personalità eminente è necessario focalizzare con attenzione il periodo storico in cui questa si è trovata suo malgrado a combattere e respirare, spingere sulle grandi imprese che nel bene e nel male hanno consegnato il suo nome alla clemenza dei posteri e usare bene il tempo a disposizione, non accontentandosi di una mera esposizione degli eventi accaduti ma impegnandosi a ritrovare l'essere umano che la leggenda ha contribuito a nascondere sotto polvere e incensi.

Poter contare su un grande protagonista è importante quanto la storia che ci si appresta a raccontare: senza il carisma di un interprete in grado di specchiarsi nello sguardo e nella sensibilità del suo personaggio, l'operazione conserverebbe il merito di aver dato visibilità a una pagina di storia più o meno conosciuta, ma sprecherebbe l'assai più preziosa opportunità di conoscere da vicino gli uomini e le donne che tanto hanno sofferto e sacrificato perchè potessimo avere un passato e un futuro.

Nel raccontare la storia di Alan Turing, il genio matematico che salvò 14 milioni di persone decifrando il codice Enigma e ricevette come ringraziamento una barbarica condanna per la sua omosessualità, The Imitation Game onora pienamente il genere grazie a un Benedict Cumberbatch in grande spolvero e a un'ossatura costruita su schemi opportunamente rodati, per avvicinarsi il più possibile al pubblico e guidarlo con mano sicura verso un messaggio di maggiore complessità e sottigliezza.

martedì 13 gennaio 2015

The Theory of Everything



"There should be no boundaries to human endeavor. We are all different. However bad life may seem, there is always something you can do, and succeed at. While there’s life, there is hope."

Preso dagli studi di dottorato, circondato dall'affetto degli amici e sul punto di innamorarsi della coetanea Jane Wilde, il ventenne cosmologo Stephen Hawking sfreccia in bicicletta per le strade dell'amata Cambridge con la spensieratezza di chi ha davanti a sé tutto il tempo del mondo: comincia così The Theory of Everything (La Teoria del Tutto) di James Marsh, presentandoci il biglietto da visita di una mente brillante che a differenza di altri illustri colleghi portati sul grande schermo non ha mai guardato alla società con misantropia e smarrimento, reagendo alla scoperta della malattia muscolare degenerativa destinata a distruggere il suo corpo con una battaglia per la libertà che solo la forza di un'anima altrettanto tenace e determinata avrebbe reso possibile.

mercoledì 25 giugno 2014

Saving Mr Banks


"George Banks and all he stands for will be saved. Maybe not in life, but in imagination. Because that's what we storytellers do. We restore order with imagination. We instill hope again and again and again."

Qualche anno fa, un noto sito di informazione cinematografica approfittò della famigerata ricorrenza del Pesce D'Aprile per annunciare la produzione di un remake di Mary Poppins con Helena Bonham Carter e Johnny Depp: la notizia si rivelò presto una burla, ma seguendo le logiche di un mercato saturo di rifacimenti e scarnissimo di idee originali non sarebbe stata affatto una sorpresa scoprire l'esistenza di un simile progetto nei piani della Disney.

Per fortuna, dinanzi all'opportunità di attentare ad un classico che ha fatto sognare e cantare intere generazioni, la major ha scelto un modo decisamente più felice per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua eroina: diretto da John Lee Hancock, Saving Mr Banks segue l'affascinante moda del cinema "backstage" inaugurata dall'Hitchcock di Sasha Gervasi raccontando il braccio di ferro che vide Walt Disney in persona scontrarsi con Pamela J. Travers, l'indisponente scrittrice dei romanzi dedicati a Mary Poppins che rese la lavorazione del film un vero inferno.

venerdì 18 aprile 2014

The Book Thief


"In my religion we're taught that every living thing, every leaf, every bird, is only alive because it contains the secret word for life. That's the only difference between us and a lump of clay. A word. Words are life, Liesel."

Forse è solo una questione di gusti, di impressioni sbagliate, di mancanza di sintonia e di attitudini personali, o forse no: viaggiare significa anche imbattersi in luoghi che sembrano non appartenerci affatto, respingenti e introversi, gelosi delle ombre di un passato che ha messo radici nella terra imparando a proteggersi da domande indiscrete. Berlino si erge audace e spavalda nella promessa di un futuro cristallino quanto le sue spericolate architetture, assecondando lo spirito di una contemporaneità in fermento che non ha paura di guardare oltre scommettendo su una mano azzardata, ma la sensazione che ho provato nel vederla la prima volta qualche anno fa aveva ben poco a che vedere con questa entusiasmante e pur autentica descrizione; a farsi sentire è stata una cappa amara e avvolgente, come se la città fosse stata colpita da un incantesimo di tristezza perenne impossibile da spezzare, una coltre grigia che ti attacca addosso il sospiro di un dolore tanto profondo da non poter essere sanato né cancellato, mai più. 

Quella strana sensazione di sospensione e malinconia mi è subito tornata in mente durante la visione di The Book Thief (in italiano "Storia di una Ladra di Libri"), tratto dall'omonimo romanzo di Markus Zusak e diretto da Brian Percival ( Downton Abbey), al suo primo lungometraggio per il grande schermo: a fare da narratore qui è addirittura la Morte in persona, affascinata da quell'umanità contraddittoria che pur lottando costantemente per non correre troppo in fretta fra le sue braccia sembra non riuscire a smettere di inseguirla; è lei ad osservare dall'alto i protagonisti e ad insinuarsi nelle loro vite, la voce morbida e cauta come quella di un nonno che veglia teneramente sui suoi nipotini, facendoci conoscere la piccola Liesel e la storia di come sia diventata, senza neppure rendersene conto, una figlia del suo tempo.

lunedì 7 aprile 2014

Her


"I think anybody who falls in love is a freak. It's a crazy thing to do. It's kind of like a form of socially acceptable insanity."

Camminiamo a passo svelto senza voltarci indietro, gli auricolari nelle orecchie e gli occhi ben piantati sullo smartphone, sperando di non essere interrotti da nessuno mentre un amico dall'altra parte dell'incrocio si sbraccia insistente sperando di attirare la nostra attenzione: possiamo fingere che non stia succedendo e che si tratti solo di una futuristica previsione, ma la tecnologia si è intrecciata alle nostre vite al tal punto da aver reso quasi impossibile concepire un mondo in grado di vivere al di fuori della sua costante invadenza; abbiamo lasciato che accadesse, noi bravi figli dei nuovi Anni Dieci abituati a dare per scontate le straordinarie opportunità di comunicazione che i tempi ci hanno concesso, inglobati in relazioni che inseguono l'immediatezza ma rifuggono il contatto fisico per praticità o  per moda, o magari perché pur permettendoci di osare molto e di rischiare altrettanto ci danno la sicurezza che per quanto profonda possa essere la delusione tutto sarà reso più facile dalla distanza impostaci da uno schermo; ciononostante, quando la connessione si disattiva lasciandoci scoperti di fronte a un mondo che non sa più vedere e sentire senza filtri, arriva sempre quel momento in cui dobbiamo chiederci, anche solo per pochi minuti, se ne valga davvero la pena.

Charlie Brooker, padre della spietatissima serie britannica di Channel 4 Black Mirror, ci risponderebbe confezionando una distopia degna dei nostri incubi peggiori, ma a Spike Jonze non interessa una riflessione terrorizzante e grottesca per mostrarci ciò che siamo davvero diventati: il suo Her vive in un mondo futuribile i cui meccanismi non hanno bisogno di troppe spiegazioni, ovvia amplificazione di un presente con cui condivide profonda malinconia e grandi speranze, dove il modo di ascoltarsi e di avvicinarsi gli uni agli altri è radicalmente cambiato lasciando immutato il bisogno di amare ed essere amati.

domenica 9 marzo 2014

Twelve Years A Slave



"There's nothing to forgive."


Una sola parola, affidata con gli occhi rossi di pianto ad una moglie ormai sfiorita e a due figli lasciati bambini e cresciuti senza padre: "perdonatemi" dice Solomon Northup, nero nato libero nello stato di New York, una volta tornato da quella famiglia a cui era stato portato via con l'inganno per essere ridotto in schiavitù dall'economia di un Sud che insisteva nel fare della compravendita dell'essere umano la sua arteria di sostentamento; una richiesta di quelle che non ti aspetti, il bisogno di fare ammenda per un'assenza durata 12 interminabili anni e per aver rotto la promessa fatta a sè stesso di non accontentarsi di sopravvivere in cattività anno dopo anno, ma anche un monito per una Nazione intera che non ha ancora smesso di espiare le sue colpe e prova a usare il cinema, strumento divulgativo per eccellenza, per educare ed educarsi.

Che nell'era di Barack Obama stiano fioccando i film dedicati al tema della schiavitù e del razzismo negli States non è certo un caso, ma laddove il momento è propizio per aprire un vaso di Pandora tenuto nascosto troppo a lungo è difficile affrontare simili memorie senza patinature retoriche: con Twelve Years A Slave( in Italia, 12 anni schiavo), tratto dalla autobiografia che lo stesso Solomon Northup scrisse poco tempo dopo la sua liberazione, Steve McQueen opta invece per un'estetica durissima che non lascia spazio all'immaginazione, illustrando con dovizia un diario del dolore pronto a rimandare indietro tutte le lacrime a colpi di frustate e a spargere sale su una ferita già bruciante.

domenica 2 marzo 2014

Philomena



"Do You think I should do a human interest story?"

è il 1954 quando Anthony Lee atterra per la prima volta negli States insieme ai genitori adottivi: i suoi 3 anni, protetti solo da uno stretto cappottino e da un aereo giocattolo abbracciato gelosamente, dovrebbero essere troppo pochi per salvare intatta la memoria di quel giorno e per comprenderne a pieno il significato, ma lo sguardo del bambino sembra suggerire diversamente; serio, contrariato, quasi consapevole di aver dovuto rinunciare alla sua Irlanda e a una madre che gli sarebbe mancata per il resto della vita il piccolo Anthony è rimasto lì, prigioniero per quasi cinquant'anni di quella fotografia in bianco e nero scattatagli all'arrivo in aeroporto, nell'attesa che il libro scritto dall'ex giornalista della BBC Martin Sixsmith (The Lost Child of Philomena Lee, pubblicato nel 2009) raccontasse finalmente la sua storia.

Il racconto di come Anthony Lee sia diventato Michael Hess e di come Philomena, la mamma diciannovenne che l'aveva perso per colpa di un collaudato sistema di adozioni gestito da una chiesa cattolica bigotta e intollerante, sia riuscita a mettersi sulle sue tracce aveva un potenziale drammatico tanto elevato da rendere auspicabile una trasposizione cinematografica, ma senza una regia dalla mano ferma e una sceneggiatura ben calibrata forse avremmo avuto soltanto un'altra storia strappalacrime perfetta per un passaggio televisivo pomeridiano: diretto da Stephen Frears e scritto da Steve Coogan e Jeff Pope Philomena prende le distanze dalla categoria giocandosi la carta dell'emotività con aplomb tipicamente british, grazie a uno script capace di toccare le corde giuste dosando con cura il tasso zuccherino.

martedì 11 febbraio 2014

August: Osage County



“Hey. Please. This is not the Midwest. All right? Michigan is the Midwest, God knows why. This is the Plains: a state of mind, right, some spiritual affliction, like the Blues.”


"Non si va da nessuna parte": di ritorno dal medico dopo l'ennesima overdose di pillole, la neo vedova Violet Weston fa fermare la macchina sulla quale stava viaggiando con le tre figlie e inizia a correre verso un campo aperto; la battuta con cui la primogenita Barbara risponde a questa breve fuga, forse un ultimo moto di ribellione contro sè stessa e il copione di un destino già scritto, dice molto più di quanto vorrebbe su August Osage County( arrivato in Italia col titolo da telenovela " I Segreti di Osage County"), prima trasposizione cinematografica dell'omonima piéce teatrale di Tracy Letts diretta da John Wells( The Company Men, alcuni lavori per il piccolo schermo e una solida carriera da produttore).

giovedì 21 marzo 2013

Lincoln


"Many forms of Government have been tried, and will be tried in this world of sin and woe. No one pretends that democracy is perfect or all-wise. Indeed, it has been said that democracy is the worst form of Government except all those other forms that have been tried from time to time."
(Winston Churchill)


La memoria degli uomini che hanno fatto la storia è scolpita nella pietra: eterna e immutabile viaggia attraverso il tempo finendo spesso per sfiorare la leggenda, adombrare le ragioni degli sconfitti ed esaltare quelle dei vincitori, nel bene e nel male gli unici chiamati a decidere ciò che il mondo dovrà ricordare; anche Abraham Lincoln, uno dei presidenti più amati e celebrati della storia degli Stati Uniti D'America, se ne sta lì a osservarci dall'alto del Monte Rushmore e dalla sua sacra postazione al Lincoln Memorial pesante come un macigno, conscio con certezza granitica di quanto il posto occupato nel cuore del suo popolo renda difficile impresa ogni tentativo di confronto.

Dopo La Leggenda del Cacciatore di Vampiri da una sceneggiatura di Seth Grahame Smith, piacevole baracconata che gioca senza paura con la vita del Presidente ma che è anche contro le sue stesse ambizioni uno dei film più spaventosamente propagandistico degli ultimi anni, il 2012 è ancora l'anno di Lincoln grazie alla firma di Steven Spielberg: pronto a far finalmente i conti a modo suo con l'ingombrante figura presidenziale a distanza di anni dall'avvio del progetto, il regista realizza un film dal sapore antico e didattico, ma che pur omaggiando spudoratamente la sua opera politica non rinuncia all'opportunità di sfumare i contorni del mito e rivelarne le crepe.

domenica 17 marzo 2013

Life of Pi


"Columbus was looking for India"


Il respiro caldo dell'aria satura e profumata di spezie, i colori capricciosi del Sari che volteggiano al ritmo di danze instancabili, il caos di una delle nazioni più popolate del pianeta e la povertà estrema delle bidonville, la ricerca dell'armonia attraverso culti dalle forze misteriose e imperscrutabili: l'india è uno scrigno pieno di segreti che il cinema tenta di aprire spesso e volentieri, panorama multiforme che ben si presta ad apparire sul grande schermo grazie al magnetico misticismo di cui è impregnata e alle storie di piccoli grandi uomini, pronti a inseguire il riscatto sociale e a lanciarsi contro il dolore e la miseria a testa alta.

Dopo essere aver vinto la Palma d'Oro a Cannes col torbido Lust, Caution nel 2007 e aver seguito con risultati altalenanti la via della commedia in Motel Woodstock nel 2009, Ang Lee ha scelto proprio l'India e le sue fascinazioni per tornare alla regia con Vita di Pi ( Life of Pi), luminosa avventura per ragazzi tratta dal romanzo di Yann Martel che cerca nell'audacia visiva una confidente fidata, perfetta nel dare forza a riflessioni celate che come un onda attendono di travolgerci.

lunedì 4 marzo 2013

Zero Dark Thirty




"I'm the motherfucker that found this place, sir. "


Eravamo tutti lì, quell'11 settembre di 12 anni fa, quando una tranquilla e anonima giornata di fine estate si è trasformata in una delle date più nere del nostro tempo: soli e sconvolti davanti al televisore abbiamo visto le Torri Gemelle sgretolarsi e polverizzare ogni certezza, costretti a riconoscere nel mondo un luogo ostile dove nessuno può mai dirsi veramente al sicuro e il dubbio e il sospetto sono fedeli compagni di viaggio.

Di quelle scene scolpite con tanta ferocia nella mente e nel cuore del pianeta Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow sembra non avere più bisogno: eliminato ogni rischio di retorica o ennesima contemplazione del dolore, a marcare il momento in cui tutto è iniziato è sufficiente uno schermo nero animato dalle voci delle vittime che hanno affidato a una telefonata il proprio testamento, condannate ad attendere senza pace che qualcuno abbia una risposta che metta fine alla loro agonia.

Kathryn Bigelow non è certo una regista che ci va leggera: la notizia che l'ex Signora Cameron volesse tornata a collaborare con lo sceneggiatore e giornalista Mark Boal per portare sul grande schermo la caccia a Osama Bin Laden dopo aver fatto incetta di statuette con The Hurt Locker, intenso quanto sopravvalutato acconto sulle vite di un gruppo di artificieri in missione in Iraq non ci aveva destato particolare sorpresa, ma porsi delle domande sulla genuinità dell'operazione era pressoché inevitabile: era davvero necessario realizzare un film su un evento tanto recente e delicato col beneficio del dubbio che, a dispetto delle numerose voci su possibili talpe e fughe di notizie per fornire il materiale di sceneggiatura, non tutti i dossier sulla vicenda siano già stati declassificati dall'Intelligence? In conclusione, quanto possiamo fidarci della versione ufficiale offerta al pubblico dalla Bigelow e dal suo team? Probabilmente molto poco, ma dato che questa non è la sede per un'indagine federale e l'artificio della finzione è un ingrediente a cui solo il documentario deve necessariamente rinunciare, la cosa importante è assecondare una storia degna di essere raccontata trasformandola in grande cinema e Zero Dark Thirty è grande cinema, di quello maestoso, dolente e bellissimo che non ti aspetti e che ti resta addosso, polveroso e scomodo come la sabbia nel deserto.
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